Ho litigato tante volte nella vita. Alcune volte – le peggiori – silenziosamente. Le volte in cui litigo rumorosamente sono davvero rare e spesso sono seguite da una rapida rappacificazione. Poi ci sono le volte che litigo senza rumore. Metto a fuoco qualcosa che mi ferisce – la mia rabbia nasce sempre dallo stesso luogo, una ferita – e respiro dopo respiro, in silenzio, mi allontano. Sono un’esperta in sparizioni silenziose. Però anche le sparizioni silenziose pesano. Uso improprio del silenzio, omissione delle parole: potrebbero decretare la morte anche delle relazioni più robuste e storiche.

Quante ferite ci vogliono prima che si produca una distanza? Quando ero molto giovane era facile che mi avvicinassi e allontanassi tante volte, senza troppe conseguenze.  Poi ho passato un periodo in cui bastavano poche ferite per allontanarmi. Adesso ci vuole tanto tempo per esaurire le mie capacità di riparazione e quando le sento esaurite rimango dispiaciuta. Un dispiacere nella ferita, per non essere in grado di mettere un cerotto. Chissà se l’anima tollera i cerotti?

L’anima e i cerotti

Se metti un cerotto sul bagnato la colla non funziona. Le ferite però sono sempre un po’ umide. Sembra una contraddizione e invece è qualcosa che ci chiede di fare un passaggio: asciugare. Che, nel caso delle ferite relazionali, può voler dire aspettare un po’ di tempo prima di rispondere. Insomma evitare di reagire. E nel frattempo esplorare: prima il corpo, poi le emozioni e infine immaginare il futuro. È una delle poche situazioni in cui immaginare il futuro è consentito. Immaginare come l’altro potrebbe reagire a quello che facciamo o diciamo: aprire uno spazio interno in cui ci sia posto anche per i loro sentimenti, oltre che per i nostri. L’apertura di questo spazio interno è uno dei passaggi più difficili. La coabitazione non è un gioco da ragazzi: tenere uno spazio per le nostre emozioni e per quelle che ha provato o che potrebbe provare l’altra persona. Perchè se la ferita è grande ci sembra una convivenza impossibile. Poi ci raccontiamo che è perchè abbiamo ragione noi ma, in realtà, è proprio perchè manca lo spazio per noi e per l’altro, insieme. Le difese, si sa, rimpiccioliscono il cuore; dimensioni francobollo. Solo che non c’è una busta su cui appoggiare il francobollo e nemmeno un mittente. C’è solo poco spazio.

Aprire lo spazio

Quando amiamo qualcosa o qualcuno non ci preoccupiamo troppo di mettere confini, siamo in un territorio condiviso senza grosse limitazioni. Questo permette il piacere dell’intimità. Hai mai visto un’intimità troppo confinata? No, infatti, quella non sarebbe intimità. Diventiamo intimi su un argomento condiviso. Magari è un’intimità professionale ma sempre di intimità si tratta. E, a volte, questa intimità professionale è cara tanto quanto quella personale. Quando chiudiamo, quando limitiamo, come prima cosa, perdiamo la condivisione e la necessaria l’intimità.

L’intimità però ha una contro-indicazione: la fusione. Dovrebbero darci un libretto d’istruzioni sull’intimità che ci permetta di evitare il rischio di fusionalità emotiva. Un rischio per persone sensibili o troppo empatiche. Le emozioni dell’altro occupano tutto lo spazio interno e quindi non sentiamo più le nostre. Quando poi le nostre emozioni aumentano di volume rischiamo di non sentire più quelle dell’altro. Esiste una soluzione? Sì, direi che è un’intimità differenziata in cui rimaniamo noi stessi e incontriamo gli altri senza fonderci. Un’intimità in cui possiamo provare compassione per noi e per l’altro: in cui esistiamo entrambi.

Un’intimità così non nasce all’improvviso: si costruisce attraverso rotture e riparazioni  reciproche.

Rotture e riparazioni

Parlare di rotture e riparazioni richiama immediatamente la semplice realtà che sperimentiamo quotidianamente: le relazioni sono il succo della vita ma, inevitabilmente, anche il nucleo delle nostre esperienze difficili. Se idealisticamente possiamo pensare che la sintonia dovrebbe garantirci una buona relazione, realisticamente dobbiamo riconoscere che questa sintonia è più frutto di un percorso di prove ed errori che uno stato magico permanente.
In questo senso avere una buona capacità di “aggiustare il tiro”, di “riparare le rotture” è fondamentale per la qualità della nostra esperienza relazionale.Passiamo molto tempo alla ricerca della sintonia, in un importante e delicato processo di regolazione reciproca che conduce, se siamo fortunati, infine, ad “andare d’accordo”. Spesso i nostri errori sono momenti in cui possiamo ampliare la consapevolezza della realtà, la consapevolezza su di noi e sull’altro. E, partendo da questa visione più ampia, maturare una migliore qualità di presenza relazionale.

Allora cosa fare quando proviamo un’emozione difficile legata ad una delusione relazionale?

Ogni volta che vogliamo fare davvero esperienza di una emozione proviamo a suddividerla nelle sue tre componenti: la situazione obiettiva, l’emozione stessa percepita nel corpo e i comportamenti che da essa sono scaturiti.

L’attenzione alla strategia comportamentale è una perla preziosa: permette infatti di approfondire e entrare in contatto con le convinzioni di fondo che alimentano i nostri comportamenti e che ci intrappolano in schemi ripetitivi di relazione.

Fate caso alla rabbia ogni volta che si presenta. Consideratela il sentiero che porta al risveglio. Osservate come scaturisce dalle immagini non soddisfatte. Cercate di capire se la frenate o la esprimete. Se la esprimete prendete nota del sapore che ha: si esprime interiormente facendovi cuocere a fuoco lento, o la esternate, sia pure con mezzi sottili? Osservate se riuscite a identificare le convinzioni radicate. poi ritornate all’esperienza fisica della rabbia. Siate disposti a fare esperienza delle paure più profonde. Ricordate che vi sarà possibile solo quando decidete di mettere fine alle accuse. Volete mantenere il cuore richiuso nella rabbia? Ezra Bayda

La saggezza del fallimento

È il titolo dell’ultimo capitolo di Paura di vivere ma è anche un tema ricorrente nell’opera di Lowen. Parla dei suoi fallimenti terapeutici tanto quanto parla dei suoi successi e questo lo colloca naturalmente nel tema delle rotture e riparazioni .
Riparare non è un processo di ricostruzione storico e biografico né un progetto di trasformazione o miglioramento ma è radicarsi nella realtà del momento presente.

L’attenzione esagerata al futuro toglie significato e piacere al presente. Quando il futuro sostituisce il presente, quando il fare nega l’essere, sorgono i problemi. Rinunciare alla propria posizione difensiva non richiede uno sforzo di volontà. È quello che noi terapeuti definiamo “lasciar andare”. Alexander Lowen (1980,p.199)

Ma qual è la “saggezza del fallimento”, potremmo chiederci, quali vantaggi ci danno le rotture? Forse potremmo dire che il fallimento è sempre il momento in cui ci rendiamo conto di aver nutrito delle illusioni. La realtà prende il sopravvento sul nostro progetto immaginario. Pensavamo di avere i piedi per terra e, invece, ci accorgiamo che eravamo sopra una pietraia dove scivolare è facile e pericoloso insieme. Il fallimento ci consente di rientrare nella realtà: se non ci giudichiamo per aver “fallito” consente anche di imparare. Imparare, come dice Pema Chödrön che quando il mondo ti crolla addosso stiamo semplicemente incontrando il nostro desiderio di non farci toccare. E che, forse, l’unico nemico è il fatto che non ci piace la realtà com’è adesso!

Probabilmente non esiste un ostacolo concreto , se  non il nostro desiderio di proteggerci e di non farci toccare. Forse l’unico nemico è il fatto che non ci piace il modo in cui la realtà è adesso e perciò vorremmo che se ne andasse via alla svelta. ma quel che scopriamo facendo pratica è che niente se ne va finché non ha finito di insegnarci quello che dobbiamo sapere. Pema Chödrön

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR online

Foto di ©christopher-sardegna-oQmKteV2yBA-unsplash

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