Quasi tutte le applicazioni ti chiedono, nel momento in cui le installi, se vuoi ricevere le notifiche. All’inizio pensavo che fossero utili. Con il tempo sto combattendo per eliminare tutte le notifiche e scegliere io quando guardare gli aggiornamenti. Mi distraggono e non riesco ad evitare di guardare cos’è anche se, in quel momento, non mi serve affatto sapere qual è l’ultimo tweet o l’ultimo whatsapp che ho ricevuto.

La memoria funziona come le notifiche. Accade qualcosa che riattiva uno schema di risposta. La tua attenzione viene catturata da quel segnale e – più o meno esplicitamente – ci comportiamo come se ci avessero dato un avviso di allarme. Quel ricordo diventa una notifica di una possibilità piacevole o spiacevole. Eppure questa funzione della memoria, così importante per imparare dall’esperienza, è solo una notifica. Niente di più, niente di meno. Il risultato però è che utilizziamo poco la funzione volontaria della memoria – voglio ricordare qualcosa che mi serve – e usiamo molto la funzione involontaria della memoria – mi viene in mente associativamente qualcosa perché uno stimolo lo fa emergere. Così il nostro umore – tanto connesso ai ricordi – è condizionato dalla casualità, dagli stimoli esterni, che, essendo sempre di più, ci mettono in una specie di frullatore emotivo. Ed è diretto da una continua ricerca di sicurezza: questa sembra essere la funzione preminente dei nostri ricordi passati. Metterci al sicuro dalla sofferenza.

Non ho capito benissimo come disattivare le notifiche delle applicazioni ma ho qualche idea su cosa fare con le notifiche della memoria: rimanere radicata nella realtà percettiva. Cosa sta accadendo ora? Cosa sento nel corpo? Cosa succede emotivamente? È connesso o sconnesso alla sensazione fisica? I miei pensieri stanno anticipando qualche evento futuro o rimuginando su qualche evento passato? Insomma prendo le notifiche della memoria come un invito a tornare presenti e non come un segnale d’allarme. Un po’ come le sirene di Ulisse: le ascolto ma ben legata all’albero maestro della realtà.

Una delle cose che ci rende infelici è la nostra continua ricerca di piacere o sicurezza, la ricerca di una situazione un po’ più confortevole, sia rispetto alla vita quotidiana che nella vita spirituale e nella ricerca della pace della mente. Pema Chodron

Pratica di mindfulness: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2017 Risolversi a cominciare Foto di ©Eze Ditko

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