Nella mia esperienza la meditazione è entrata presto. Avevo vent’anni ed ero curiosa e scientifica insieme. Ho sempre cercato di capire il mondo interno ed esterno e così, anche il mio approccio alla meditazione, è stato “scientifico” nel senso che mi sono domandata sempre come e perché funziona. Perché, che funzionasse, c’erano molte evidenza mediche.

Così il protocollo MBSR è stato una risposta perfetta per il mio approccio alla meditazione: basato su solide ricerche che ne dimostrano l’efficacia e assolutamente svincolato da aspetti religiosi o fideistici. Insomma il giusto grado di rigore e profondità.

L’aspetto laico del protocollo

Jon Kabat-Zinn è stato molto attento, soprattutto nei primi dieci anni di sperimentazione, a proteggere l’aspetto laico del protocollo fino a che non scrisse quello che in italiano è “Riprendere i sensi”. Mandò il manoscritto a Thich Nhat Hanh per averne un giudizio rispettoso e generale e Thich Nhat Hanh rispose mandandogli la prefazione: non l’aveva richiesta ma approvò così tanto il suo lavoro che volle fare un esplicito endorsment. E Jon capitolò: non poteva rifiutare una prefazione così autorevole.

La struttura del protocollo rimase molto laica ma non si poteva più negare l’evidenza. I satipatthana sutta sono la base sulla quale il protocollo si struttura e organizza le sue pratiche e le Quattro dimore divine vengono attraversate silenziosamente durante tutto il protocollo attraverso i concetti di accettazione, compassione, gentilezza amorevole e la condivisione offerta dal gruppo che ben esprime le qualità di gioia compartecipe di Mudita.

Tutto questo senza una vera pratica diretta tranne che per la gentilezza amorevole.

Jon Kabat Zinn e la gentilezza amorevole

Jon Kabat-Zinn è stato autore prolifico e onesto e in un articolo dichiarò le perplessità che aveva avuto ad inserire la gentilezza amorevole come pratica all’interno dei protocolli MBSR. Saki Santorelli, past president del Center for Mindfulness dopo Jon kabat-Zinn nel suo libro “Conosci te stesso. Lezioni di mindfulness” presenta delle pratiche introduttive alla pratica di gentilezza amorevole o pratica di Metta. Perché Jon era perplesso? Perché le pratiche legate alle quattro dimore divine sono pratiche “narrative” ossia che richiedono l’uso delle parole e che invitano la presenza di uno dei 4 stati mentali legati alle qualità della mente originaria. Queste qualità sono compassione, gentilezza amorevole, equanimità e gioia compartecipe. Tutte qualità che, secondo Jon Kabat Zinn dovrebbero permeare – silenziosamente – il percorso dei protocolli mindfulness e non esplicitamente. Alla fine però Jon cambiò idea e inserì la pratica di Metta. Non tutti gli istruttori lo fanno e anch’io ho avuto, a lungo, la stessa perplessità. Poi anch’io ho cambiato idea.

Perché ho cambiato idea

Avendo seguito il dibattito relativo all’inserimento di queste pratiche ad un certo punto decisi, sperimentalmente, di provare ad inserirle. Con molto timore perchè, malgrado io mediti da 40 anni non sono una maestra di meditazione e non ho mai avuto particolare aspirazione a diventarlo. Sono una praticante fedele, appassionata ma, sostanzialmente, sono una psicoterapeuta.

Però quello che è successo inserendo le pratiche mi ha convinto perché, molte persone, mi dichiaravano esplicitamente che ne traevano beneficio. Ho usato prevalentemente la pratica di Metta, quella di Upekka – in particolare per il protocollo MBCT – la self compassion e non ho utilizzato espressamente la pratica di Mudita.

La struttura di queste pratiche però è similare.

La struttura delle pratiche delle quattro dimore divine

“Che io possa…” Nella pratica di Metta usiamo quattro frasi che possono variare ma che, tendenzialmente sono “Che io possa essere sicura/o, che io possa essere sana/o, che io possa essere in pace, che io possa essere felice”. Di queste quattro frasi ci sono infinite variazioni incluso variazioni che possono nascere dal nostro personale bisogno. Perchè? Perchè queste frasi iniziano con un congiuntivo. Cosa c’entra il congiuntivo dirai tu? C’entra perchè il congiuntivo esprime desiderio, intenzione ma non certezza ed è subordinato ad una principale. Uno stato mentale diverso per ognuna della quattro dimore divine. Nella gentilezza amorevole il tema è la felicità e quello che per noi realizza il desiderio di felicità e le quattro frasi indicano quattro intenzioni per realizzare la felicità alla quale aspiriamo. Nella Compassione il tema è il sollievo dalla sofferenza e le frasi riguardano le intenzioni che possiamo mettere nella ricerca del sollievo dalla sofferenza. Nella pratica di Upekka riguardano l’accettazione e nella pratica di Mudita la capacità di essere felici per qualcosa di bello che è capitato ad altri.

Il primo momento della pratica è – almeno per me – sempre all’indicativo, ossia è sempre il cercare quali sono le intenzioni che ho rispetto alla felicità, al dolore, all’equanimità e alla gioia condivisa. Il secondo momento, quello con le frasi al congiuntivo, è mettere le intenzioni perché queste condizioni si realizzino.

Scrivere la mente

Possiamo scrivere la mente in due modi: leggendola, attraverso la consapevolezza e riportando il frutto della nostra esplorazione, come ti racconto in Scrivere la mente. Oppure poggiando le parole delle pratiche dei Brahmavihara, come si chiamano le quattro qualità della nostra mente originaria – gentilezza amorevole, compassione, equanimità e gioia compartecipe – e lasciando che queste parole, ripetute, facciano emergere queste qualità che le difese e gli impedimenti alla consapevolezza oscurano. Nel farlo le ripetiamo nei diversi cerchi del cuore perché potremmo così scoprire che ci è più facile o più difficile in alcuni aspetti e non in altri. Magari ci sono più difficili per noi stessi e più facili per le persone che amiamo. In ogni caso non è necessario che le parole ci “convincano”: anche semplicemente essere consapevoli di come risuonano dentro di noi è una bella esperienza di consapevolezza.

Una consapevolezza che cura, nelle pieghe più profonde del nostro cuore!

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© Nicoletta Cinotti 2020

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