È un po’ di tempo che le differenze tra uomini e donne rispetto alle parole e al silenzio mi incuriosiscono. Cerco e, qua e là, qualcosa trovo. Poi molte scoperte sono casuali e così ringrazio la fortuna perché iersera, tornando in treno da Milano, ho partecipato, da osservatore antropologico, ad una lunghissima conversazione tra tre uomini. Quindi sono dati freschi freschi e non definitivi ma sicuramente interessanti.

Sistemiamoci a sedere

I tre amici ed io eravamo destinati ad un gruppo di 5 sedute, solo una senza tavolo: la mia. La guardo sconsolata pensando al computer che mi sono trascinata a Milano con l’idea di lavorare in treno e che, in quella situazione, non potrò certo usare. Tra l’altro l’uomo che mi avrebbe potuto cedere il posto era piuttosto grosso: ragione in più per non fare richieste avventate.

Invece lui guarda la composizione delle sedute e con piglio deciso mi dice “Lei vada pure là”, indicandomi la seduta al finestrino con tavolino (non sapendo che è la mia postazione di lavoro preferita) che io devo allungare le gambe. Non ammetteva alcuna possibilità di replica: io ero felice ma questo non contava. Non era un invito: era un ordine. Insomma mi mette a posto senza nessuna ritrosia verbale, d’altronde sono donna. Questa forse è la prima differenza: le donne usano molte più formule di cortesia (anche gli uomini a dire la verità, ma lo fanno solo per cavalleria che, molto spesso, è una forma dissimulata di overpowering). Ma il bello deve ancora venire!

La sordità selettiva del treno

Forse ve ne sarete accorti anche voi. In treno le persone, se ti vedono occupata in qualcosa, parlano come se tu non esistessi. Io avevo subito tirato fuori l’armamentario di lavoro, segretamente grata dell’opportunità arrivata senza chiedere. E loro iniziano a parlare. Quando mai puoi ascoltare tre uomini parlare come se non ci fossi? Quando hai la mia età che esclude immediatamente qualsiasi competizione di natura seduttiva. Praticamente convinta che io sia sorda, si sentono liberi di iniziare lo sfottò tipico dei toscani e, in mezzo, di metterci cose serie. Ben presto la suddivisione di ruoli è chiara. C’è “l’ipocondriaco” (figura maschile molto diffusa) che, siccome avevano preso il treno in corsa – come me – si controlla le pulsazioni fino a Voghera, informando delle variazioni. Ha anche misurato la pressione. Nel frattempo si è tolto la parte bassa dei pantaloni perché aveva dei pantaloni da montagna con la cerniera al ginocchio, suscitando la presa in giro dello “psicologo“, l’amico del gruppo che passava dal paternalismo alla superiorità in continuazione. Sentenziando sulla vita di tutti e affermando che il problema nelle relazioni è la possessività. Infine c’è lo “scoraggiato“, l’unico che aveva davvero delle cose da dire e che parlava con sensibilità e affetto, prontamente rintuzzato dallo psicologo. Bisognerebbe proibire l’uso improprio della psicologia. Potrebbero metterlo tra i reati contro la persona. In ogni caso le parole troppo intime dello scoraggiato non venivano accolte. Qualsiasi forma di eccessiva vulnerabilità non giustificata dal numero di pulsazioni veniva prontamente scoraggiata dalla presa in giro. Ho capito che molti uomini imparano così a parlare: evitando di essere presi in giro nel gruppo dei pari.

Aprire o scavare?

Altre volte mi sono trovata nella situazione, più abituale per me, di ascoltare in treno tre amiche. Prendono un argomento e non lo mollano fino a che non sono arrivate al torsolo. I nostri amici di cui sopra sono passati dalle vicende amorose di un quarto amico (Non c’è amore senza sesso), alle scelte politiche di Matteo Renzi, alla possessività, allo sport, alla gestione del tempo con i figli, a Instagram, alla scuola e alla psicologia degli insegnanti. In tutto questo magistralmente condotti alla superficialità dallo psicologo che censurava la profondità dello scoraggiato e minimizzava l’ansia dell’ipocondriaco al quale, si capiva benissimo, serviva una dieta.

Le parole delle donne scavano, quelle degli uomini veleggiano. Poi siccome questa è la mia settimana fortunata sull’argomento “diversità tra le parole degli uomini e quelle delle donne” posso anche farti una ipotesi. Autorevole ma è solo un’ipotesi.

Auguri e figli maschi e femmine

La scorsa settimana ho iniziato a leggere un libro regalatomi da un’amica, “Eppure il vento soffia ancora” di Felice Di Lernia. Ricordandomi Leone Di Lernia lo inizio con un po’ di trepidazione e invece no. Dice cose bellissime sulle parole e lo fa in modo strambo. Tanto strambo da sembrami vicinissimo. Per esempio dice che le parole sono muscoli e che, quindi, bisogna evitare di usarle a freddo. In effetti certi argomenti richiedono “riscaldamento” intimo prima di venir toccati. Perché il crampo della parola è molto doloroso e persistente, forse ancora più doloroso e persistente del crampo muscolare o dello strappo. In più, dice Felice, molto felicemente, evitiamo le parole nuove perché richiedono un bello sforzo. Siccome siamo pigri tendiamo a sfuggirle. Questo lo dice anche Luisa Carrada che mi ha insegnato a fare le liste di sinonimi e contrari. (Io poi rimango affascinata dalle parole che vengono fuori e non scrivo niente – rimango a guardarle fantasticando – però lei invece le usa magnificamente).

Si conosce di più quando non si è già deciso cosa conoscere. Perché il conosciuto sbarra la strada al conoscibile. Felice di Lernia

Parole maschili e femminili coesistono: siamo multisex

In tutta la prima parte del libro “Eppure il vento soffia ancora” Felice parla come se fosse una donna; così diciamo quando vogliamo rappresentare un senso di intimità e connessione. Tutta la seconda parte viene fuori il suo essere maschile, quando afferma, dichiara, sentenzia su aspetti che riguardano strutture, comportamenti di genere e istituzioni. Tutto nella stessa persona. Allora il segreto qual è? Qual è l’ipotesi che sottoscrivo? Il modello maschile della comunicazione è centrato sull’oggetto, quello femminile sulla relazione. Questo produce delle dissonanze cognitive: il maschile quando è triste dice di essere stanco. Le donne quando sono stanche dicono di essere tristi. E così uomini e donne finiscono per non capirsi e non incontrarsi. Le donne pensano che gli uomini non provino sentimenti e, invece, hanno solo parole inadatte per dare nome agli oggetti interni. Gli uomini pensano che le donne siano troppo emotive e, invece, le donne non si permettono di essere il loro corpo ma solo di avere un corpo che, molto spesso, mettono a disposizione degli altri. Come se fossero delle sedie vuote sulle quali ci si può sedere senza chiedere il permesso.

Korper e Leib

In tedesco ci sono due diverse parole per definire il corpo. La prima korper è il corpo inteso come oggetto materiale, è il corpo-macchina, è il corpo strumento. È un sostantivo maschile. Leib, anche questo un sostantivo maschile, indica invece il corpo vita su cui è incentrata la comunicazione femminile. Non a caso si usa la parola leib anche per indicare il ventre e per le frasi riflessive sul corpo: tremare in tutto il corpo, provare qualcosa sulla propria pelle, ect. Leib ha la stessa radice di lieben, amare. Non è il nostro Korper che ama ma il nostro lieb.

Così le parole che nascono dal Korper non sono le stesse che nascono dal Lieb. Le prime sono parole legate all’azione, allo sforzo, alla volontà. Sono le parole più legate all’Io. Le altre – quelle che nascono dal corpo-lieb – sono quelle che parlano del Sé e del nostro Sé in relazione con sé stesso e con le cose del mondo e della vita.

La buona notizia è che possiamo avere parole maschili e femminili nella stessa persona, indipendentemente dal sesso: a due condizioni. La prima condizione è che il corpo percepito e sensibile esista. Se non abbiamo un corpo-lieb la bioenergetica sembra una disciplina di ordine sconosciuto e fricchettone ma, invece, è solo la disciplina che  accompagna dal Korper al Lieb, come mi raccontava con passione la mia amica Silja Wendelstadt che ha diffuso in Italia il massaggio bioenergetico dolce (quello che, in forma ridotta abbiamo fatto ieri a Milano). Se abbiamo solo Korper parliamo come lo “psicologo del treno”, usando la psicologia per minimizzare o svalutare la vulnerabilità. Invece l’ipocondriaco e lo scoraggiato avevano parole-leib. Perchè la seconda condizione è accettare di sentire il dolore. il vantaggio è che solo se sentiamo possiamo guarire o curare. Se non sentiamo non è detto che non abbiamo nulla: sappiamo solo che non sentiamo.

Prima di scendere

Prima di scendere non ho resistito: li ho ringraziati perché non capita mai, ad una donna, di ascoltare discorsi da spogliatoio, indisturbata. Guardi che ci siamo trattenuti, mi ha detto lo psicologo, Sì, lo immagino, ma non abbastanza da non farmi capire qualcosa. Sa, gli psicologi non ce la fanno a evitare di cercare di capire quello che dicono gli altri. A quel punto lo psicologo è arrossito (Chissà quante pulsazioni aveva?). Ha fatto la faccia di chi, in un attimo, ripassa tutto quello che ha detto e si rende conto di quante minchiate ha sparato. Gli altri due hanno sghignazzato felici, contenti di essere stati vendicati in un attimo e gratuitamente. Non so che cosa avranno detto dopo. Avrei voluto essere quella seduta nel gruppo dietro dei sedili: tanto si sentiva tutto lo stesso! Grazie amici di una sera. Buon rientro a casa, dove vi aspettano donne che quando sono stanche dicono che sono tristi mentre voi, di ritorno dalla gita a Milano, vi sentite in diritto di essere stanchi e un po’ eroi.

© Nicoletta Cinotti 2019

La bellezza delle parole: il viaggio interiore, il percorso professionale

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!