Nelle ultime settimane ci sono stati tanti significativi pareri sull’importanza di fare attenzione alle parole che si usano per parlare della situazione che stiamo vivendo. In modo piuttosto frequente nelle situazioni difficili usiamo parole legate al repertorio della guerra. Questo succede anche rispetto alla malattia fisica: spesso il cancro è presentato come una battaglia, qualcosa che dobbiamo vincere, rispetto a cui dobbiamo lottare.

Nella pratica mindfulness l’attenzione alle parole è legata all’attivazione delle modalità automatiche di difesa. Parlare di guerra, battaglia, lotta attiva le nostre modalità difensive di attacco e fuga e alimenta lo stress.

Quali sono le parole di cui abbiamo bisogno allora?

Sono le parole della cura, della rassicurazione, della solidarietà. Quelle che ci dicono che siamo insieme agli altri e che condividiamo un atteggiamento prosociale. Tutto al mondo può essere curato e tutto può ricevere cura. Anche quello che non è detto che possa guarire. E queste sono le altre parole di cui abbiamo bisogno. Le parole di cura sono importanti ma non possono essere usate troppo a lungo. Altrimenti attivano una sensazione depressiva legata al permanere del bisogno.

Abbiamo voglia di credere che possa esserci una guarigione. Una guarigione che passa dal cambiamento e dalla crescita. C’è una storia ebraica in cui un uomo, sul letto di morte, confida al rabbino, di temere il giudizio di Dio perché non aveva vissuto come Mosé. Dio non ti giudicherà per non essere stato Mosé – rispose il rabbino – ti giudicherà per non essere stato chi sei. Io aggiungerei che tornare ad essere chi siamo significa guarire. Che, forse, questa è la migliore definizione di guarigione che conosco. Perché vuol dire che ci siamo perdonati per non essere stati al nostro posto e, anche, che abbiamo tutta l’intenzione di occuparlo adesso. Possiamo crescere nella consapevolezza, possiamo acquisire una diversa qualità nell’uso delle nostre risorse. Possiamo attraversare questo periodo guarendo le nostre relazioni difficili. Ridimensionando le priorità e dando finalmente attenzione a quello che merita attenzione. Ecco perché la poesia attribuita a Kathleen O’Meara, “Guarire”,è circolata così tanto in questo periodo. E la guarigione parte sempre da noi: c’è qualcosa di noi che aspetta di essere guarito: questo è il momento per farlo.

Il totale dei guariti, dai dati della protezione civile di ieri, è 21.815. Abbiamo 21815 parole che ci parlano di guarigione. Usiamole. Faranno sì che ci accorgiamo che la primavera è arrivata.

Siamo completamente perfetti. Abbiamo bisogno solo di qualche aggiustamento. Suzuki Roshi

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing oppure la pratica delle 8 su zoom. Oppure ogni lunedì mattina la pratica delle 8.30 su FB

© Nicoletta Cinotti 2020 Pratiche informali di ordinaria felicità

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