Ogni tanto mi faccio le stesse domande per vedere se finalmente ho la risposta. Ci sono risposte che aspetto da anni e risposte che cambiano ogni volta che mi faccio la domanda. Questo ripetermi domande interiori che possono sembrare scontate in realtà vuole combattere quella cecità che abbiamo verso il cambiamento: tendiamo a non vederlo, tutti presi da quello che stiamo facendo.

Daniel Simons, che si occupa di attenzione, ha ideato un esperimento che illustra proprio questa difficoltà a notare il cambiamento. Un attore coinvolto nell’esperimento chiede informazioni ad un passante. Durante la spiegazione altri due attori, con una porta ingombrante, attraversano la scena e la persona che chiede informazioni viene scambiata con un’altra. Solo il 50% delle persone si accorge che non è più la stessa persona. L’altro 50% finisce soddisfatto di dare le sue spiegazioni e se ne va.Questa cecità al cambiamento è acuita dall’essere coinvolti in qualcosa. Che sia un compito lavorativo complesso o il semplice dare istruzioni su una direzione, se siamo troppo assorbiti da quello che facciamo non notiamo i cambiamenti. È così che arriviamo alla sera senza nemmeno essersi accorti se c’è il sole o è nuvolo. Se nostra moglie si è tagliata i capelli o nostro marito si è aggiustato la barba. Siamo troppo occupati per notare che le cose, le persone, cambiano e che l’unico modo per accorgersene è avere di loro – e di noi – un’immagine aggiornata. Fatta nel momento presente e non una foto sbiadita del passato.

Così stamattina mi sono domandata perché scrivo ogni giorno. Perché ogni mattina raccolgo i frammenti della giornata appena passata, della mattina appena nata e li trasformo in parole. La risposta di stamattina è che lo faccio perché altrimenti, tutta questa vita, bellezza, ricchezza sarebbe come un sogno. Ho bisogno di scrivere per toglierle dal sogno e trasformare in realtà le cose che imparo ogni giorno. I dialoghi con i pazienti, i gruppi, lo studio, se non confluissero nelle pagine sarebbero come un sogno. Così, invece, le parole diventano cose. È per questo che possono colpirci, ferirci come uno schiaffo: perché sono significati che hanno preso realtà.

E poi, il giorno dopo, accetto che quelle cose siano state spazzate via dall’onda della notte. Reclamano anche loro il cambiamento. Alla fine, giorno dopo giorno diventano un libro: il libro della nostra vita

dentro di me c’era anche l’idea persistente che le cose che facciamo, le cose che diciamo, le albe, le città, le vite tutto dovesse confluire nelle pagine, altrimenti avrebbe rischiato di non esistere, di non essere mai esistito. Arriva il tempo in cui capisci che tutto è un sogno, e che solo le cose salvate dalla scrittura hanno una minima possibilità di essere reali. James Salter

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2020 Scrivere la mente

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