Ogni giorno cerco parole che siano comprensibili a chi mi ascolta. le cerco per scriverti – e quando scrivo ho proprio in mente chi legge – le cerco per parlare con i pazienti e aiutarli ad essere vicini a sé stessi. Perché se non sappiamo dare un nome a quello che proviamo è come se fossimo lontani da noi. Forse il mio lavoro con le parole è simile a quello di un sarto. Le persone mi portano la loro stoffa e io cerco, insieme a loro, di fare il vestito più bello possibile. Adatto a tutte le stagioni.Quando il vestito viene bene lo capisco subito perché nasce un senso di sollievo, un sorriso immediato. Lo chiamo il sorriso di quando si torna a casa.

Questo cercare le parole che raggiungano le persone, che le aiutano a sentirsi prima di tutto vicine a sé stesse è solo una parte del mio lavoro ma è forse quella più nobile e amata. Perché noi esseri umani abbiamo la fortuna di questo grandissimo patrimonio che sono le parole. Avere parole incomprensibili vuol dire tenere le persone lontane. Vuol dire anche esercitare una forma di potere che sottomette.

In questo periodo ho letto tanto di cose che non mi sono consuete. Ho letto i DPCM, il Decreto Rilancio, i Bandi regionali e ho sempre fatto fatica. Ho sempre capito solo una piccolissima parte di quello che leggevo. Ho dovuto rivolgermi ad una società di consulenza per partecipare ad un bando regionale perché non sarei stata in grado di farlo da sola. Ieri mi è stato detto che ho diritto a ricevere dei fondi. Non ho capito – nemmeno lontanamente – come fare in concreto. Non dico niente di nuovo. Altri prima di me e con parole più ricche hanno detto la stessa cosa.

Però una considerazione nasce spontanea. Questo è un uso improprio e doloso del potere. Un uso che, invece che avvicinare, allontana. Il rapporto di fiducia si costruisce o si rompe sulla base delle parole che vengono usate. A partire dalle relazioni affettive per arrivare alle relazioni istituzionali. Le parole arrivano al cuore, anche quelle che non si comprendono e lo gettano in confusione. A volte addirittura in disperazione. A volte ci vogliono anni per digerire delle parole sbagliate: tutto dipende dalla sensibilità di chi le riceve e non sappiamo mai quanto gli altri siano veloci a cicatrizzare. Quando sento le persone chiedere Perdono trenta secondi dopo aver esagerato mi domando se sono consapevoli di fare un altro atto aggressivo. Il perdono richiede tempo e non è un tempo che può essere deciso da chi è stato aggressivo. Lo decide chi ha ricevuto l’aggressione verbale.

Non possiamo pensare, a nessun livello, che le parole siano semplici parole. Non lo sono. Le parole portano con sé l’energia e l’intenzione con cui sono state pronunciate. Una parola distrugge e una parola crea. In principio fu il Verbo. in principio fu Om.

Per cui ti prego: prima di dire una parola a qualcuno, tienila nel cuore e guarda che effetto fa. Se fa male mettila nel cassetto delle cose da dimenticare. Se è piena di arroganza mettila nella cassetta delle pietre, quelle che usi per attraversare un fiume in tempesta.

Quello che ho sentito essermi stato trasmesso è una necessità della parola e, in particolare di una parola che raggiunge e non di una parola che cade nel vuoto. Chandra Livia Candiani

Pratica di meditazione e scrittura: Dai un titolo alla fine di ogni compito della tua giornata. Scrivi tutti i titoli in fila e stasera leggili come se fossero la tua personale poesia del giorno. Fai attenzione al suono, fai attenzione alle immagini che suscitano. Quei suoni e quelle immagini finiranno nei sogni della notte e costruiranno le intenzioni di domani

© Nicoletta Cinotti 2020  Reparenting ourselves

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