Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera. Pablo Neruda

Viviamo tutti un apparente paradosso: indipendentemente dalla nostra età anagrafica c’è una parte di noi che rimane giovane e reclama cose che potrebbero apparirci inadeguate. Sono passata più volte davanti ad una vetrina con degli occhiali da sole a forma di cuore: assolutamente fuori luogo su di me, eppure una parte di me li avrebbe comprati di corsa!

Le nostre parti giovani non prendono spazio solo nello shopping. Sono, piuttosto, un senso interiore di giovinezza che spesso non correla con l’immagine che abbiamo davanti allo specchio. Com’è possibile?

 

L’emergere di vecchi sensazioni

Questo paradosso può prendere forma durante la pratica di mindfulness con l’emergere di vecchie sensazioni o ricordi.

Malgrado la pratica sia un invito a rimanere nel momento presente con la “nuda attenzione” succede spesso che brandelli del nostro passato, emersi non si sa da dove e perché, vengano in superficie. Appaiono, in una sorta di repertorio morale di noi stessi, aspetti che avevamo dimenticato. Tornano a chiedere riscatto.

Nella pratica di mindfulness questi sono i momenti in cui inizia un inquiring per esplorare quello che è emerso. Spesso è in questi momenti che la compassione viene in nostro soccorso perché, in questi ricordi, compare  la sensazione di qualcosa che non è ancora stato consolato o che non è stato ancora compreso. È un territorio di confine tra la meditazione e la psicoterapia: ogni volta che prestiamo soccorso entriamo in una relazione di cura.

Ogni volta che, nella pratica di Self compassion, ci chiediamo “di che cosa ho bisogno ora” riconosciamo la possibilità di riparare oggi, proprio qui, proprio ora, delle mancanze che sono avvenute ieri.

Le parti giovani e il corpo:psico-soma

 

Spesso queste parti giovani parlano attraverso sintomi psicosomatici. I sintomi somatici infatti hanno il compito di proteggere dal dolore emotivo che possiamo aver sperimentato molti anni prima. Sono una soluzione “giovane”. Iniziano da giovani – l’insorgenza dei sintomi psicosomatici è spesso molto precoce – sono cognitivamente giovani e fanno riferimento a circostanze limitanti della nostra infanzia. Circostanze che tendono sia a ripetersi che a nascondersi dalla consapevolezza.

È qui che il lavoro sulle parti, associato alla pratica di mindfulness, può permetterci di fare una svolta: anziché lottare contro la nostra resistenza, le chiediamo il permesso di esplorare che cosa nasconde.

Lo facciamo esplorando le sensazioni del corpo attraverso sei passaggi, a volte ripetutamente, perchè i nostri protettori, la nostra resistenza possono essere lenti nel dare fiducia all’esplorazione.

I sei passaggi sono Find, focus, flesh out, Feel, beFriend e Fear. Te li racconto meglio e per esteso qui (clicca sulle parole in grassetto)

 

Sati: ricordare

La traduzione della parola consapevolezza in lingua pali è Sati mentre satipatthana sono le quattro basi della consapevolezza. Tuttavia il pieno significato può essere rivelato dividendo la parola nelle sue parti: Sati + patthana o Sati + pa + (t)thana. La parola sati deriva da una radice che significa “ricordare” (samsarati), anche se il significato che le attribuiamo solitamente, è presenza mentale, non possiamo dimenticare che il sorgere di questi elementi nella nostra consapevolezza e l’apertura stessa della consapevolezza portano degli insight che hanno una natura di passato ri-attualizzato. È in questa area che l’integrazione tra la pratica di mindfulness e la psicoterapia si rivela più fruttuosa: nelle aree in cui la consapevolezza ci rivela aspetti velati di noi.

Patthana significa “ stabilirsi in modo rigoroso, stabile e fermo, applicarsi, fissarsi”. Combinando questi due elementi, il significato della parola composta diventa “ stabilizzazione rigorosa, stabile e ferma della consapevolezza sull’oggetto dell’osservazione”. Questo tipo di consapevolezza è anche chiamata Satipatthana Sati, ferma consapevolezza.

Satipatthana è la consapevolezza di un oggetto su cui ci precipitiamo appena sorge, penetriamo profondamente e ricopriamo completamente con la nostra attenzione, in modo che la mente possa restare con fermezza strettamente connessa con esso. Ven. Sayadaw U Pandita

 

Il pilota automatico e la Schema Therapy

Questo invito a penetrare profondamente in ciò che percepiamo ci permette di uscire dalle nostre modalità abituali, automatiche, di risposta agli eventi. Modalità abituali che, in alcuni casi, sono dei veri e propri schemi maladattativi di risposta.

Questi schemi si riferiscono ad un insieme integrato – pensiero, percezione corporea e comportamento – che riflette modalità apprese nel corso del nostro sviluppo. In questi schemi viene internalizzata la relazione percepita fra genitore (o adulto di riferimento) e bambino o adolescente.

Quando uno schema maladattativo di risposta entra in azione perdiamo la consapevolezza degli elementi che lo compongono, che vengono espressi in maniera automatica e consequenziale.

Proviamo a fare un esempio: facciamo l’ipotesi che, saltuariamente, abbiamo delle crisi di rabbia, per ragioni diverse. Prima ci tratteniamo, poi evitiamo di affrontare l’argomento e, infine, esplodiamo in una maniera che non è proporzionale all’effettiva intensità della causa scatenante. Ho preso ad esempio la rabbia ma potrebbe accadere con altre emozioni dominanti. Quando lo schema si è attivato non riusciamo a fermarlo facilmente. Molto spesso prosegue fino a fondo: fino alla catastrofe. Questi schemi ripetitivi sono modalità difensive apprese, non molto diverse dalle risposte caratteriali definite dalla bioenergetica.

Spesso organizzano delle parti che hanno funzioni protettive e che resistono al cambiamento

Le relazioni affettive sono dei grandi interruttori

Le relazioni affettive e, in particolare, le relazioni genitore bambino,  sono in grado di rievocare questi schemi, specialmente in interazioni cariche emotivamente.

In queste situazioni attivanti, i vecchi schemi maladattativi possono venir innescati aldilà della consapevolezza.  Ad esempio un genitore diventa eccessivamente severo o punitivo. Oppure, all’opposto, si comporta come se fosse un bambino anziché un adulto responsabile: un bambino vulnerabile o arrabbiato.

In aggiunta a questi schemi infantili sviluppiamo anche una modalità salutare, adulta, che dà accesso alla saggezza genitoriale, alla relazionalità, alla sintonizzazione con gli altri.

Questi schemi sono però responsabili delle situazioni di incastro relazionale: quelle situazioni in cui, malgrado tutto l’affetto del mondo, finiamo per entrare in un circolo vizioso di dolore e impotenza. 

A volte queste “parti giovani” sono responsabili dell’instabilità relazionale: vogliamo un grande amore ma quando dobbiamo passare dall’innamoramento all’amore ci viene il dubbio che non sia la persona giusta e ripartiamo da zero, ogni volta. (In Amore, mindfulness e relazioni ho dedicato un’intera sezione a questo aspetto!).

Queste parti giovani posso anche essere dietro alla precarietà lavorativa, come se fossero in ansia rispetto all’idea di crescere e diventare grandi. Quando sogniamo infatti possiamo immaginare qualunque cosa ma pii la realtà ci dà una misura diversa.

Tre esercizi

1. Le parti giovani di noi

Quando senti emergere una parte più giovane della ta età anagrafica prova ad esplorarla, durante la pratica di mindfulness, con queste domande

  • Mi fa piacere essere qui con te. Quando sei pronta o pronto, raccontami qualcosa di te.
  • Nello stesso tempo esplora come ti senti rispetto a questa parte. Potresti trovarla simpatica o temere che ti metta nei guai…fai una lista delle emozioni che provi

2. Non tutti sono d’accordo

Potresti scoprire che non c’è accordo sull’esplorare le parti giovani. Esplora le ragioni del disaccordo e fai attenzione al tono di voce delle parti in disaccordo….dice più il tono della voce interiore che il contenuto di quello che viene detto.

Spesso preferiamo reprimere o dissociare aspetti del nostro carattere che ci mettono in difficoltà. In questo modo continuano a funzionare ma a nostra insaputa!

 

3. Niente soluzionismo, solo gratitudine

Siamo malati di soluzionismo e di happy end. Il lavoro sulle nostre parti giovani è, prima di tutto, curiosità, esplorazione e disponibilità ad avere fiducia.

Qualunque sia la sensazione che emerge guarda se puoi esprimere gratitudine per la scoperta.

Guarda se puoi lasciar andare l’eterna ricerca di una soluzione sostituendola con una curiosità da scienziato e uno sguardo da poeta

Potresti fermare qui la lettura e proseguire con la parte successiva solo se vuoi approfondire: le parti giovani non amano troppi discorsi!cool

Dalla relazione sana alla risposta automatica

In situazioni emotivamente cariche, possiamo rapidamente passare da una modalità sana e adulta all’attivazione di uno di questi schemi che ripetono la situazione di frustrazione originaria.

Una madre potrebbe iniziare l’interazione nella posizione del genitore consapevole, ma nel corso dell’interazione, potrebbe sentirsi provocata verso la rabbia grazie al comportamento o alle parole del figlio. Un amante potrebbe cercarti per desiderio e finire in una lite. Un progetto potrebbe iniziare sotto i migliori auspici e poi guacere inattivo in un file.

È in questi schemi che dimora la nostra parte autocritica e la nostra parte che critica gli altri: in fondo non eravamo così da giovani? Con uno sguardo criticamente sincero verso gli altri, i “grandi”?

Abbiamo introiettato questi schemi e li abbiamo trasformati in regole generali di comportamento, liste inamovibili, scolpite nella roccia di quello che è giusto e sbagliato, che si accendono alla bisogna (insomma non ci sarebbe tanto bisogno di ripetere ma succede lo stesso!).

La nostra parte esigente che dimora dentro di noi ( e ha almeno 100 anni) ci chiederà uno standard elevato di prestazione e quella punitiva ci castigherà emotivamente se non siamo in grado di farlo. Ma i nostri genitori interiorizzati non avrebbero spazio se, dentro di noi, non fossimo anche rimasti bambini. Se possiamo rispondere con consapevolezza ai diktat dei nostri genitori interiorizzati siamo anche in grado di riconoscere che si è attivata una modalità “giovane” di risposta. Invece, molto spesso, una parte di noi è rimasta bambina e inconsapevole e li prende sul serio!

Ricordiamo e riattiviamo vecchi schemi

Durante la pratica di mindfulness può accadere che questi vecchi schemi riemergano: riemerge la nostra critica e la nostra autocritica. Critichiamo noi stessi e critichiamo gli altri e agiamo – nello stesso momento – la parte del genitore esigente e quella del bambino vulnerabile o arrabbiato. La pratica ci offre una possibilità: quella di veder emergere questi comportamenti e di saperli riconoscere ed esplorare senza entrare nella ripetizione automatica.

La storia di Mara

Nel buddismo, Māra,  è l’asura, il nemico che cerca di distogliere il Buddha  dal raggiungimento del Risveglio. Lo fa cercando di sedurlo tramite l’apparizione delle sue tre figlie, Tanha, Arati e Raga (Avidità, Noia, Passione), poi, cercando di spaventarlo con l’apparizione di dieci eserciti di esseri mostruosi che corrispondono ai dieci tipi di ostacoli della vita spirituale:

Piacere sensuale;
Frustrazione;
Fame e sete;
Desiderio;
Pigrizia;
Terrore;
Dubbio;
Presunzione o ingratitudine;
Guadagno, ricompensa, onori, e fama ingiustamente ricevuti.
Esaltazione di sé stessi e denigrazione del prossimo.

Il teologo cristiano Rudolf Bultmann racconta che la stessa sorte è sperimentata da Gesù nel deserto quando, dopo essere stato battezzato, per ben tre volte subisce le tentazioni del demonio: la prima tentazione è il piacere della carne; la seconda è la tentazione del successo e il potere mondani; l’ultima è la tentazione che riguarda l’obbedienza al potere divino. Indipendentemente dalle tentazioni che incontrano – Bultmann cita anche l’esempio di Zaratustha – in tutti i casi la tentazione arriva nel momento del cambiamento, del risveglio, del rinnovamento. Anche la nostra voce critica e autocritica arriva nello stesso punto. Stiamo per cambiare, per dare vita a qualcosa di diverso, di nuovo e dentro di noi sorge il dubbio o la svalutazione. L’effetto è quello di lasciarci nel ristagno. La soluzione è quella di riconoscere che si tratta di una tentazione e che non merita di essere ascoltata. Per farlo è fondamentale riconoscere la natura “istigatoria” della ripetizione. Lasciarci nella palude è la vittoria: ma noi vogliamo uscirne.

Vincere la tentazione

Capita spesso che le persone, proprio nel momento in cui si sentono pronte per portare un cambiamento nella loro vita, si ritrovino a combattere contro vecchie abitudini che appaiono rinforzate e rese più crudeli. Allora Sati, questa qualità della consapevolezza che è in grado di riconoscere i fenomeni, viene in nostro soccorso. C’è qui una forma particolare di ricordo. È il ricordare che stiamo ri-vivendo qualcosa di già avvenuto. E la tentazione della ripetizione non può che essere combattuta esplorando e riconoscendo lo schema che nasconde. È la nostra personale lotta contro Mara, contro i demoni, contro la stagnazione.

Ma erano così, ignoravano la successione dei giorni, perchè miravano a viverne uno solo, perfetto, ripetuto all’infinito: quindi il tempo era per loro un fenomeno dai contorni labili che risuonava nelle loro vite come una lingua straniera. Alessandro Baricco

© Nicoletta Cinotti 2022

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