C’è una poesia di Wislawa Szymborska che racconta tutto quello che dobbiamo agli estranei “Devo molto a quelli che non amo”. So che non è così per tutti ma per me gli estranei sono sempre stati una fonte di felicità. Mi hanno insegnato cose che non avrei imparato altrimenti. Mi hanno aperto su mondi che non avrei conosciuto. Con loro mi sento libera nella reciproca estraneità. Mi piacciono tantissimo le grandi città, quelle in cui cammini e non incontri nessuno che ti saluta. Mi piace la sensazione di perdermi nell’anonimato.

Saper stare vicini, invece, è una faccenda abbastanza complicata. Soprattutto il vero problema, con le persone vicine, è che non sono mai proprio come dovrebbero essere. Sono sempre un po’ – o tanto – diverse. A volte mi sembrano così diverse che vorrei che mi riportassero indietro l’originale: quello che avevo ordinato ma poi dev’essere stato consegnato a qualcun altro.

Mi rendo conto dell’assurdità di quel desiderio che mi fa essere curiosa e tollerante con gli estranei e severa ed esigente con le persone che amo. Provo allora a guardarle come se fossero un po’ estranei. Sconosciuti che mi attraversano la vita. Il legame però me li rimanda sempre indietro in quello spazio conosciuto insieme, costruito insieme. Quello è lo spazio in cui tutti noi incontriamo la frustrazione. Non il fastidio che danno gli estranei. La frustrazione che danno le persone che amiamo. Una frustrazione silenziosa e profonda, perchè profondo è il coinvolgimento che produce l’amore.

Io mi aspetto qualcosa. Loro si aspettano qualcosa. E così trasformiamo il nostro amore in una sala d’attesa. Di quelle sale d’attesa piene di persone che aspettano una risposta chiara e che si trovano, invece, ad aspettare, senza certezze.

Allora penso ai cerchi che fa un sasso gettato nell’acqua. C’è quello vicino al punto in cui il sasso è caduto e poi tanti altri cerchi che si allontanano. Come le relazioni della nostra vita. Alcune intime, altre vicine, altre lontane, altre ancora all’orizzonte. Eppure quei cerchi sono prodotti dalla stessa cosa: il sasso che colpito l’acqua. E quel sasso è il cuore che gettiamo nella vita in ogni momento. Consapevoli di alcune intimità; inconsapevoli dell’effetto che facciamo in lontananza. L’onda vicino al centro è più forte ma si diffonde attorno, inevitabilmente.

Così l’amore, che a volte scorre leggero per le persone lontane, è quello creato dalle persone vicine. Che mi vedono così come sono. E mi amano così come sono. E ancora vogliono avermi vicina.

L’amore si basa su due pilastri: resa e autonomia. Il nostro bisogno di stare insieme esiste accanto al nostro bisogno di separazione. Esther Perel

Pratica di Mindfulness: La pratica di gentilezza amorevole

© Nicoletta Cinotti 2018 Amore e passione tra mindfulness e bioenergetica

Photo by Linus Nylund on Unsplash

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