La pratica informale

Nella pratica non ci sono solo i momenti di pratica formali – che sono centrali per radicare la consapevolezza e farla cresce- re – ma anche molti momenti di pratica informale, cioè situa- zioni della propria vita quotidiana che diventano un’occasione per portare i nostri sensi nell’esperienza, cercando di tenere l’attenzione sul compito. Che sia lavare i piatti o lavarsi i den- ti, non va sottovalutata l’effetto goccia dopo goccia, del farlo tenendo l’attenzione su ciò che stiamo facendo e percependo cosa significa stare nell’esperienza man mano che si svolge, in tutti i suoi particolari.
Spesso le nostre abitudini quotidiane diventano momenti in cui i nostri pensieri automatici o il nostro agire, “pensando altrove” sono più forti. Usare questi momenti come momenti di pratica ci può permettere di registrare quanto e come tendiamo ad “andarcene” e prendere così contatto con cosa significhi, nella pratica, essere presenti nel presente.
Il pasto può diventare così una esperienza di consapevolezza che ci permette di accorgerci del senso di fame e del senso di sazietà, anziché un riempire casuale e affrettato.

Lo stress nel quotidiano

Quanto il nostro benessere è influenzato dai piccoli stress quotidiani, come la coda alle poste o la guida nel traffico? A volte basta anticipare l’accadere di alcuni eventi perché emergano
le tensioni ad essi associate. La Mindfulness offre la possibilità di imparare a rispondere, anziché reagire, in queste situazioni, proprio utilizzandole come momenti dove espandere la consapevolezza del presente.

“Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio sta il nostro potere di scegliere la nostra risposta. E nella nostra risposta sta la nostra crescita e la nostra libertà “. Viktor Frankl

Queste le parole dello psichiatra Frankl, sopravvissuto all’olocausto, che sottolineano come la consapevolezza possa essere la chiave per quella crescita e quella libertà. Certamente i nostri condizionamenti hanno un forte impatto e tendiamo a ricadere nei modi abituali di fare le cose. Per questo portare la pratica nella vita quotidiana può aiutarci e per rimanere dentro all’esperienza imparare a notare e nominare dentro di noi quello che sta avvenendo è un grande passo avanti. Il noting è uno dei sostegni alla pratica informale, ed è un modo sintetico per riconoscere ciò che sorge nel momento in cui sorge e ha due funzioni principali. La prima è quella di stabilire una sfera di consapevolezza dove non essere catturati da un pensiero o una emozione ma poterli esplorare.
La seconda funzione è quella di fornire una specie di sistema istantaneo di feedback:possiamo osservare se nominiamo la nostra esperienza con accettazione, fretta, risentimento e così via. Se percepiamo un tono di giudizio o di autocritica, possiamo fermarci, lasciar andare e riportare all’accettazione.

STOP RAIN

Quando accade qualcosa fermarsi, prendere un respiro, osser- vare le sensazioni fisiche, emotive e i pensieri, riconoscere, investigare e non identificarsi con le emozioni o i pensieri presenti, permette di compiere un atto di attenzione a se stessi. Permette di praticare PAUSA, qualcosa di prezioso, indipendentemente dal tempo che gli dedichiamo.

MINDING THE PAIN

Quando proviamo un dolore, fisico o emotivo che sia, molto spesso abbiamo una reazione istintiva per rimuoverlo o evitarlo. In quel momento, nel momento in cui il dolore entra nel nostro campo percettivo, abbiamo anche la possibilità di portare l’attenzione a come stiamo rispondendo alla situazione nel corpo. Quali tensioni, contrazioni si attivano? Quali aree spariscono dalla nostra consapevolezza? Ci è possibile lasciare andare le tensioni e ammorbidirle? Ci è possibile seguire il fluire della percezione senza aggiungere nuove contrazioni?
Un buon uso di questa pratica informale potrebbe essere, nel corso della settimana, portare ripetutamente l’attenzione alle sensazioni fisiche, con una mente da principiante, piena di curiosità e interesse, cullando la propria consapevolezza e la- sciando andare ciò che è possibile lasciar andare. Guardiamo se possiamo stare con la nostra esperienza senza giudicarla e senza resistenza. Possiamo mettere sul nostro salvaschermo una frase” Come sono nel corpo?” che scorrendo ad intervalli regolari, ci aiuti a praticare.
Se il dolore di cui ci occupiamo è un dolore emotivo è bene ricordare che abbiamo molte – e molto più raffinate – barriere alla sua percezione. Questi ostacoli alla consapevolezza sono i più svariati ma può essere utile raccoglierli in 4 categorie.
La svalutazione: spesso ci diciamo che non dobbiamo provare quello che proviamo, che sia ansia, depressione, paura o altro ancora. Questa svalutazione è sottile e ci porta a valutare continuamente l’adeguatezza di ciò che proviamo. Quando ci accorgiamo di farlo, potremmo semplicemente ricordarci che le emozioni sono strumenti di informazione sul nostro mondo interno, sempre adeguati. Non riteniamo una stazione meteorologica inadeguata perchè prevede brutto tempo…lo stesso vale per le nostre emozioni che ci comunicano il nostro clima interiore. Altro è, invece, identificarsi totalmente con l’emozione che sperimentiamo e agirla come se fosse un dettame divino….ma questo credo che sia ormai chiaro.
Confondere i pensieri con le emozioni: questo aspetto è strettamente connesso al primo. Proprio perché giudichiamo le nostre emozioni adeguate o inadeguate, tendiamo a nasconderle dietro i nostri pensieri, o dentro i nostri pensieri. In questo modo, le convalidiamo con la ragione, spesso costruendo un temibile teorema sul mondo e sulle cose del mondo. Facciamo un piccolo esempio: quando diciamo “mi sento stupido”, questo è un pensiero o la sensazione di vergogna e inadeguatezza?
L’intangibile realtà delle emozioni: le nostre emozioni fanno parte di uno scenario interno. Abbiamo imparato a dare loro nome attraverso la relazione con altri significativi:genitori, amici, amanti. Ma solo noi possiamo dire davvero cosa stiamo provando.
Il vocabolario: spesso non abbiamo le parole per descrivere quello che proviamo. Ecco perché uso spesso le poesie. La poesia ci aiuta a sentirci capiti e ci fornisce un vocabolario per le nostre esperienze.

ELENCO DELLE PRATICHE INFORMALI
I. Possiamo fare una delle attività quotidiane con consapevolezza e presenza (lavarsi i denti, fare la doccia, lavare i piatti ect)
II. Possiamo mangiare come se fosse la prima volta (come nell’esercizio dell’uvetta)
III. Possiamo fare un’attività senza interromperci.
IV. Possiamo rallentare.
V. Possiamo praticare Pausa con lo “Spazio di respiro di 3 minuti”.
VI. Possiamo diventare consapevoli delle nostre modalità abituali di reazione
VII. Possiamo praticare STOP(S come Stop=Fermarsi;T come Take a breath= Prendere un respiro; O come Observe=Osservare; P come Proceed= Lasciar andare)
VIII. Possiamo praticare RAIN (R= Riconoscere; A= Accoglie- re; I=Indagare; N= Non identificarsi)
IX. Possiamo praticare STOP RAIN

© Nicoletta Cinotti 2020

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