Direi che è difficile che qualcuno ammetta di essere vendicativo. In genere preferiamo citare le nostre buone qualità ma, insieme a queste meravigliose qualità che ognuno di noi ha, ci sono anche le qualità che nascono direttamente dalle nostre difese, le esprimono e le realizzano. Quando facevo la scuola di specializzazione avevo un progetto di ricerca che non ho mai portato a termine: era scoprire come si costruisce una vendetta a seconda del proprio stile caratteriale. Argomento troppo vasto e troppo difficile che mi incuriosiva molto perché mi ero accorta che il mio modo preferito per vendicarmi erano le parole. Sissignori, proprio le mie amate parole. Non era un uso sconsiderato delle parole come avviene con gli epiteti e le imprecazioni. Era cercare delle parole taglienti, inoppugnabili, che mettessero l’altro alle corde, di fronte alle proprie responsabilità.

In mancanza di questo sceglievo il silenzio, ossia la privazione delle parole. Questo comportamento nasceva (e qualche volta nasce ancora) da una paralisi. Era come se rimanessi scioccata al punto che precipitavo nel silenzio e, quando mi riprendevo dallo choc, mi vendicavo mettendo l’altro nella condizione di “sentire” sulla sua pelle che cosa mi aveva fatto.

Sarebbe stato facile confondere questo modo di fare con una giusta protesta. In fondo non alzavo i toni, offrivo incontestabili verità con un perfetto (si fa per dire) aplomb. Quindi apparentemente tutto filava liscio ma c’erano due indizi che mi lasciavano sospettosa. Il primo indizio era che l’altro – 9 volte su 10 – esplodeva e la sua esplosione mi lasciava indifferente: non gioivo ma nemmeno mi dispiaceva per il suo dolore. L’altro indizio era che il mio aplomb non abbassava i toni del conflitto ma li alzava, solo che ero così distante dalle mie emozioni che ho impiegato anni a capire che quella era la mia vendetta, servita fredda. Per strano che possa sembrare non è stato il rimorso a far suonare la campana del risveglio: è stata la self compassion. Prima ho avuto pena per il dolore che provavo, per lo choc che necessitava una ri-animazione e solo dopo ho capito che quella era vendetta. È stata una comprensione mediata dall’attenzione a me stessa. Non cercavo più quello che era “giusto” o “sbagliato”, Cercavo, prima di tutto, la consolazione. Una volta consolata le ragioni di vendetta diventavano così piccole che non mi sembrava più necessario percorrerle. E, stranamente qualche volta mi arrivavano anche delle scuse. Quelle che prima avrei desiderato e non riuscivo mai ad ottenere.

Adesso, mentre ti scrivo, ho davanti a me gli alberi e il mare. Sono lì da millenni. Gli abbiamo fatto tanti torti e aspettano le nostre scuse ma non si vendicano. Ci ricordano solo che trattare male loro è, prima o poi, trattare male noi. Vale la stessa cosa per la vendetta. Ah, dimenticavo: è il carattere orale che usa le parole nella vendetta!

La vendetta è il territorio infinito delle conseguenze indesiderate, Julie. Tuo padre governatore non te l’ha spiegato abbastanza? Il trattato di Versailles ha prodotto dei tedeschi vessati che hanno prodotto degli ebrei erranti che fabbricano dei palestinesi erranti che fabbricano delle vedove incinte dei vendicatori di domani. Daniel Pennac

Pratica di mindfulness: Intimi con il respiro

© Nicoletta Cinotti 2020 Reparenting ourselves

Photo by Gavin Allanwood on Unsplash

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