In questo momento guardo felice alla rinnovata socialità. Comprendo tutti i timori del caso ma non posso fare a meno di sorridere quando vedo i tavolini all’aperto con i clienti e il consueto movimento della zona in cui vivo e di quelle in cui lavoro. Mi sembra una felicità simile a quella che provo quando tornano le rondini. Le aspetto ogni anni e ammiro il loro lungo viaggio che segue imperscrutabili traiettorie segnate nel cielo. Così, come rondini, siamo tornati insieme, dopo essere stati non tanto lontani ma tanto altrove. Tra pochi giorni ci sarà il ritiro e incontrerò per la prima volta persone che ho visto solo dietro ad uno schermo e anche questo mi fa sobbalzare di gioia. Non mi ero resa conto di quanto era stata faticosa la distanza fino a che non abbiamo iniziato a riaprire. Non sono la sola a sentire la fatica dopo che tutto è finito. Quando siamo nel mezzo, quando siamo immersi, non ci sono energie disponibili anche per sentire quello che sta succedendo. Molte persone, come me, scoprono quanto è stato faticoso dopo che la fatica è conclusa. Non mi rendo conto che sono stanca fino al momento in cui chiudo la porta dello studio. In quel momento capisco davvero com’è andata la giornata.

Capisco anche quanto sono stata attenta dalla mia stanchezza perché se ho lavorato con attenzione non divisa sono molto meno stanca che se la mia attenzione è stata frammentata in tante cose diverse. È questo uno degli elementi della fatica vissuta in questo anno di chiusure a intermittenza: la quantità di stimolazione che offre il mezzo virtuale è diversa. Per quanto abbia disattivato tutte le notifiche del mondo quando una persona è nella stanza con me c’è solo quella persona…e la mia mente. Se l’attenzione riposa su quella persona anche io posso riposare in compagnia. La qualità della nostra connessione è data dall’attenzione condivisa. È la qualità dell’attenzione condivisa che ci fa sentire in compagnia perché quando l’attenzione è condivisa quel senso di solitudine che ognuno di noi conosce si scolora. È per questo che la pratica di mindfulness, la vera pratica di mindfulness, non è quella che facciamo a occhi chiusi ma quella che facciamo a occhi aperti, quando offriamo alla nostra vita quella stessa qualità di attenzione. Abbiamo bisogno della pratica formale, a occhi chiusi, per tornare a padroneggiare la nostra attenzione ma la vera meditazione inizia quando apriamo gli occhi e non permettiamo alla nostra attenzione di frammentarsi in mille rivoli. È questo che mi è mancato nelle chiusure: vedere che ci sono luoghi in cui le persone sono insieme e sentire che io posso entrare a far parte di quei luoghi. Così aspetto il ritiro come un rito di transizione tra la solitudine vissuta dentro casa in questo anno e il ritornare a un new normal. Abbiamo bisogno di riti di transizione che segnino l’inizio e la fine e di queste cerimonie di transizione un ritiro ha la struttura: ritirarsi in un luogo, rimanere entrando in una nuova e diversa socialità e poi tornare a casa. In quella nuova e diversa socialità coltiviamo la possibilità di un cambiamento, dedichiamo attenzione al divenire che non è la scelta di raggiungere un obiettivo ma è, piuttosto, la capacità di fidarci in ciò che emerge e riconoscere che non sapere è la più grande intimità. Un’intimità che tradiamo quando scegliamo di raggiungere una lista di risultati o quando seguiamo vecchi copioni già scritti nel nostro passato. Ecco questa è la transizione che onoriamo con il ritiro: riprendere il filo delle risorse interrotte riprendere il linguaggio del divenire che non ha bisogno della nostra lista di obiettivi ma della nostra fiducia nella naturale capacità di crescita.

Ho capito che quello che mi ha “salvato” in questo lungo anno solitario non è stato internet e il virtuale, come ho creduto in alcuni momenti. È stata la possibilità di mantenere un’attenzione condivisa con le persone che amo e con le persone che curo e che tutto quello che passa, alla fine, attraverso la nostra presenza sugli schermi, è quanto amore mettiamo nelle cose che stiamo facendo insieme e quanto la nostra attenzione è disponibile alla condivisione. Così alla lista dei diversi tipi di attenzione – concentrazione, attenzione selettiva, consapevolezza aperta – aggiungo la più preziosa, quella più vicina all’amore: l’attenzione condivisa.

Chi ha occhio trova quel che cerca anche ad occhi chiusi. Marcovaldo di Italo Calvino

Pratica di mindfulness: La pratica informale

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves. L’iscrizione a prezzo ridotto scade sabato 15 Maggio: non tardare. Il tuo rito di passaggio ti aspetta!

Reparenting ourselves. Ritiro dal vivo e home retreat

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