È mattina presto e fuori c’è una bella luce. Il mare, visto da qui, sembra un lago e gli alberi sulla collina sopra il Cenobio dei Dogi rendono l’atmosfera molto giapponese. O forse sono io che mi sento giapponese o che vorrei essere zen.
Questa potrebbe essere l’incipit di una delle tante storie che ci raccontiamo su di noi, perché la nostra mente è una produttrice di storie. Storie che partono da pochi stimoli esterni e che proseguono poi fino a diventare veri e propri romanzi. Cosa c’è di male?
Niente, se non fosse che quando leggiamo un romanzo sappiamo che è una storia inventata – e comunque non possiamo fare a meno di domandarci quanto assomigli davvero a chi l’ha scritto – mentre quando ci raccontiamo una storia su di noi quella storia diventa NOI. Diventa una narrazione stabile sulla nostra identità, sia quando è utile che quando è dannosa.

Le storie utili

Ricordare le nostre qualità, le nostre capacità, provare gratitudine per le piccole cose è un modo per coltivare l’apertura della nostra mente originaria. Un modo per dire chi siamo e cosa vorremmo ricordare. Un modo per dirci che abbiamo apertura e disponibilità nei confronti di ciò che accade. Purtroppo, le storie utili scivolano via velocemente, come se fossero un segno di narcisismo o egoismo; facciamo fatica a ricordare e apprezzare le nostre buone qualità. Dobbiamo spazzare parecchio bene il cuore per riportarle a galla, perché quello che emerge sono le storie difficili. Perché? Per una ragione semplice, “Meglio aver paura che buscarne”. Siamo convinti che essere sintonizzati sulle difficoltà ci possa garantire una sicurezza maggiore che essere sintonizzati sulle qualità. Non è davvero così ma è una convinzione difficile da estirpare. Una convinzione che si accompagna ad un’altra convinzione: che sia possibile estirpare il dolore e l’insicurezza dalla nostra vita e che le storie utili verranno fuori quando avremo estirpate la gramigna del dolore e dell’incertezza.

Cerchiamo di “addormentare il dolore” in molti modi diversi come puoi vedere dall’immagine e cerchiamo di combattere l’incertezza “solidificando l’esperienza”.

Qui c’è una buona notizia e una cattiva notizia insieme: non c’è bisogno di estirpare dolore e incertezza per vedere il lato buono delle cose. La cattiva notizia è che non riusciremo a cancellare le vecchie storie. Ci sono e stanno dietro alla nostra insicurezza e alla nostra paura. Riportandole, attraverso la consapevolezza, agli ingredienti che le hanno formate – sensazioni fisiche, sensazioni emotive, pensieri – faremo lo stesso miracolo che fa l’acqua sulla dura pietra: la modella e la rende sabbia.

Le storie dannose

Le storie dannose sono le storie che solidificano i nostri fallimenti, i dolori, le difficoltà e le trasformano in una diagnosi o in una profezia che si auto-avvera. Sono quelle che diventano un’impronta di memoria su cui costruiamo il nostro futuro. Nascono da un’altra convinzione base: l’idea che il dolore sia una malattia. Una malattia da estirpare prima possibile perché potrebbe produrre danni non riparabili. Queste storie entrano in azione molto velocemente e sono una specie di pilota automatico che ci guida nelle scelte da fare e nelle decisioni da prendere. Se non stiamo attenti – se non siamo consapevoli – queste storie ci fanno prendere decisioni che sarebbero state giuste nel passato ma che, nel presente, costruiscono la ripetizione degli stessi problemi.
E qui sta il guaio: il fatto che i problemi si ripetano rafforza la convinzione che le cose non vadano bene così come sono e che abbiamo un disturbo emotivo di qualche genere. Non ci rendiamo conto che stiamo solo mettendo in scena quello che noi stessi abbiamo convintamente costruito, come registi amanti del replay.

Un uso saggio delle nostre storie

Non possiamo eliminare le storie e la loro costruzione perché la nostra mente si organizza proprio sulla base delle storie. Le storie che ci raccontiamo strutturano la memoria, ci permettono di dare significato agli eventi e collaborano alla costruzione del senso di identità.
Il vero problema non è la nostra tendenza a costruire le storie ma la tendenza a identificarsi con le storie che costruiamo, la tendenza a identificarsi con il contenuto delle nostre storie. Invece che distinguere sensazioni fisiche, emotive e pensieri che contribuiscono alla trama come fenomeni passeggeri, iniziamo a credere al contenuto. Così non sperimentiamo tristezza ma siamo tristi, come se questo fosse un tratto stabile della nostra personalità. La pratica di Mindfulness interpersonale offre l’opportunità di riconoscere il processo che forma le nostre storie e ci fornisce strumenti per riconoscere come la mente le costruisce a partire dall’esperienza. Perché la storia non è l’esperienza ma è la trasformazione dell’esperienza in un significato. Vero per quello specifico momento, non vero per sempre
Così, molto spesso, finiamo per vedere quello che pensiamo più che quello che è effettivamente davanti ai nostri occhi. Alleniamo la mente a proiettare le sue idee sull’esperienza, per dirla da psicologo. Oppure, per dirla più semplice, i nostri pensieri diventano la realtà, anche quando non sono affatto reali e sono parecchio sbagliati.

Due conseguenze complicate

Ci sono due conseguenze complicate di questo modo di procedere. La prima conseguenza complicata è che vediamo gli altri come “cibo per la nostra fame”, come personaggi che dovrebbero realizzare i nostri desideri e se lo fanno va tutto bene ma se non lo fanno va tutto male.
La seconda conseguenza è che queste storie diventano personaggi interiori che occupano il panorama mentale e velano la realtà. Così c’è la parte ansiosa, quella felice, quella bambina, quella adulta e saggia, quella adulta e nevrotica e quello che vediamo dipende da quale personaggio prende il sopravvento nella scena interiore, nella commedia interiore. Una commedia che, se non ha la regia della consapevolezza, rischia di venire proprio male. Viene male perché, desiderando come tutti, di essere felici, l’unica cosa che facciamo è combattere i personaggi cattivi e cercare di eliminare le storie dolorose, senza riuscirci, invece che coltivare le qualità utili e le storie utili.

© Nicoletta Cinotti 2022

Le immagini sono tratte dal libro ©”Mindfulness ed emozioni”, una guida per capire meglio il nostro mondo emotivo

L’apertura del cuore

Quando riconosciamo i personaggi in gioco, le proiezioni in attivo, quando torniamo all’esperienza nuda e cruda, avviene un piccolo grande miracolo. Un miracolo che si dispiega solo nel momento presente. Proviamo gratitudine per nient’altro che per il fatto di essere vivi. Proviamo gratitudine per la capacità di riconoscere il processo che si svolge e che sperimentiamo nel momento in cui accade, indipendentemente dal contenuto del processo. Proviamo l’apertura verso la fioritura del momento presente.
Quando riconosciamo la fallacia della nostra percezione non si apre critica ma compassione. Praticando pausa, tornando al corpo, fidandoci di quello che emerge momento per momento ascoltando profondamente e condividendo la nostra verità soggettiva cominciamo a scoprire cosa è vero. Cosa è “davvero vero” e usciamo fuori dall’isolamento in cui viviamo quando lasciamo spazio alle vecchie storie su di noi.

Approfondimenti

Mindfulness e psicoterapia: formazione in reparenting 26 – 29 Maggio 2022 Residenziale a Casa Cares

Reparenting ourselves, ritiro di pratica. 26 – 31 Agosto 2022 Casa Cares

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