Nella tradizione shintoista ci sono tre scimmiette che sono conosciute ormai da tutti. Sono le tre scimmie che esprimono “non vedo”, “non sento”, “non parlo”. Il significato originale si riferisce al principio del “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”. Malgrado pochissimi tra noi siano shintoisti di questa metafora ne abbiamo fatto larghissimo e personale uso tanto che è diventato il modo dis-funzionale più diffuso per trattare con le nostre emozioni difficili.

Cerchiamo di non sentirle, di non parlarne e di non vederle ossia di non esserne consapevoli. Uno sforzo immane che risucchia moltissime energie. Credo che sia per questo che i bambini hanno tante energie e noi, invece, più passa il tempo e più perdiamo energia: la impieghiamo per non vedere, non sentire, non parlare delle emozioni difficili. A volte sono difficili perché dolorose. Altre volte, semplicemente, contrastano con l’immagine di noi che vorremmo dare agli altri. Preferiamo rimanere silenziosi rispetto alla verità come se, non nominandola, potesse scomparire. Quand’ero piccola lo facevo se combinavo un guaio. Ero convinta che se non lo dicevo era come se non fosse accaduto. Ho imparato a mie spese che quel pensiero magico non funzionava. Anzi, attirava ancora di più le ire funeste dei miei genitori. Quando evitiamo di affrontare i problemi, procrastiniamo gli impegni, evitiamo di parlare degli argomenti spinosi facciamo ancora ricorso al pensiero magico: se non ne parlo non esiste.

Per esperienza personale e professionale so che questo innesca deflagrazioni molto distruttive. A forza di trattenere, un bel giorno, senza nemmeno sapere come, facciamo il botto e diciamo anche molto di più di quello che avremmo voluto dire. Le mie peggiori rotture sono nate tutte così: ho attraversato eoni di silenzio e poi ho detto basta e quel basta non ha avuto recupero né misericordia.

Niente da fare: le tre scimmiette ci parlano dell’astensione dal fare male. Non ci parlano dell’astensione dal prendersi cura di quello che ci fa male, crea disagio o imbarazzo.

La compassione per se stessi dà il potere di trasformare il risentimento in perdono, l’odio in amicizia e la paura in rispetto per tutti gli esseri. Jack Kornfield

Pratica di mindfulness: Il desiderio profondo del cuore (meditazione live)

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo di Mindful Self Compassion

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