Quando pensiamo all’educazione abbiamo davanti a noi il vasto panorama dell’apprendimento, un apprendimento che misuriamo in base agli obiettivi raggiunti. Saper fare spesso diventa il metro della nostra educazione. Esiste però, oltre all’educazione del saper fare, anche l’educazione del saper essere.

La prima educazione – quella del saper fare – coinvolge pratica e teoria; la seconda educazione – quella del saper essere – coinvolge pratica ed esperienza. Nella prima educazione siamo legati ai contenuti dell’apprendimento. Nella seconda al processo dell’apprendimento. Nella prima educazione ognuno è diverso, nella seconda educazione tutti sperimentiamo uno stesso processo: quello dell’essere pienamente umani, pienamente presenti.

Questi due processi di apprendimento possono procedere separatamente: a volte uno a scapito dell’altro. A volte uno ad integrazione dell’altro.

Questa integrazione è quella che dà alla nostra vita un senso di pienezza e soddisfazione: una ricchezza che nasce dal sentire di aver realizzato la propria vocazione.

Tanta dell’infelicità che proviamo rispetto al nostro lavoro quotidiano – che sia un lavoro retribuito o domestico – nasce dalla difficoltà di integrare questi due registri di apprendimento, queste due strade di conoscenza. Queste due forme di educazione.

Non si cura questa insoddisfazione, questa infelicità, aumentando il sapere fare ma nutrendo il sapere essere. Quella educazione del cuore che ci insegna che la nostra gioia e il nostro dolore non dipendono dai nostri successi e dai nostri errori ma dalla relazione che abbiamo con ciò che avviene.

Praticare l’educazione del cuore è semplice: richiede gentilezza, precisione e presenza. E’ quello che facciamo con qualsiasi pratica di consapevolezza.

Sappiamo che le emozioni sono importanti nel processo educativo, perchè attirano l’attenzione, quella stessa attenzione che guida l’apprendimento e la memoria. Robert Sylwester

Sviluppare la capacità emotiva nell’educazione

Quando siamo coinvolti in un processo educativo, sia come genitori che come insegnanti, pensiamo che la cosa più importante sia quello che possiamo dare come apprendimento e ci dimentichiamo che qualsiasi apprendimento è regolato, modulato e promosso dalla qualità dell’attenzione di chi sta imparando. E l’attenzione è strettamente legata alle emozioni. In parte questa sottovalutazione del ruolo delle emozioni è dovuto al fatto che consideriamo l’apprendimento un processo cognitivo e razionale. Solo negli ultimi anni abbiamo capito che la cosiddetta razionalità è spesso un modo per nascondere gli aspetti emotivi irrisolti. Molte emozioni secondarie infatti vengono percepite come stati mentali ma non sono pensieri logici. Sono, piuttosto, emozioni travestite da pensieri. Nel box qui sotto trovi una mappa (puoi anche saltarla e andare al paragrafo successivo

Quando ci perdiamo una mappa e una bussola possono essere provvidenziali. Per questo vorrei dare un elenco delle più frequenti confusioni tra pensieri ed emozioni. Un elenco che può permetterci, se illuminato dalla luce della nostra consapevolezza, di chiederci:”Sono davvero qui e ora? Sto davvero dimorando nel presente e nel mio corpo?

Pensiero dicotomico: le cose sono viste in categorie mutualmente escludentisi senza gradi intermedi. Per esempio, una situazione o è un successo oppure è un fallimento; se una situazione non è proprio perfetta allora è un completo fallimento. (“o tutto o nulla”); Ipergeneralizzazione o”globalizzazione”; uno specifico evento è visto come se caratterizzasse la nostra vita in generale piuttosto che come essere un evento tra tanti. Ad esempio, concludere che se qualcuno ha mostrato un atteggiamento negativo in una occasione, non considera poi le altre situazioni in cui ha avuto atteggiamenti più opportuni. (“di tutta l’erba un fascio”); Astrazione selettiva:Un solo aspetto di una situazione complessa è il centro dell’attenzione mentre altri aspetti rilevanti sono ignorati. Ad esempio, focalizzare un commento negativo in un giudizio sul proprio lavoro trascurando altri commenti positivi. (“bicchiere mezzo vuoto”); Squalificare il lato positivo: le esperienze positive che sono in contrasto con la visione negativa sono trascurate, sostenendo che non contano. Ad esempio, non credere ai commenti positivi degli amici e colleghi dubitando che dicano ciò solo per gentilezza. (“ciò non conta nulla, conta di più … “); Lettura del pensiero: sostenere che altri individui stiano formulando giudizi negativi ma senza alcuna prova evidente. Ad esempio, affermare di sapere che l’altro ci giudica male anche contro la rassicurazione di quest’ultimo. (“ti ho già capito”); Riferimento al destino:reagire come se le proprie aspettative negative sugli eventi futuri siano già fatti. Ad esempio, pensare che qualcuno ci abbandonerà e agire come se ciò fosse vero. (“lo so già”). Insieme al precedente formano il “salto alle conclusioni”, molto più pericoloso di un trapezio senza rete; Catastrofizzare: gli eventi negativi che possono verificarsi sono trattati come intollerabili catastrofi piuttosto che essere visti in una prospettiva più pratica e moderata. Ad esempio, disperarsi dopo un brutta figura come se fosse una catastrofe terribile e non come una situazione semplicemente imbarazzante e spiacevole. (“è terribile se…); Minimizzazione: le esperienze e le situazioni positive sono trattate come reali ma insignificanti. Ad esempio, pensare che in una cosa si è positivi ma che essa non conta in confronto ad un’altra più importante. (“niente conta veramente di quello che faccio”); Ragionamento emotivo: considerare le reazioni emotive come reazioni attendibili alla situazione reale. Ad esempio, concludere che siccome ci si sente sfiduciati, la situazione è senza speranza. (“se mi sento così allora è vero”); Doverizzazioni: l’uso di “dovrei”, “devo”, “bisogna”, si deve”, segnala la presenza di un atteggiamento rigido e tendente alla confusione tra “pretendere” e “desiderare”, in diretta connessione con regole personali. Ad esempio, il pensare che un amico deve stimarci, perchè bisogna stimare gli amici. (“devo …”, “si dovrebbe …”, “gli altri devono …”); Etichettamento: identificare qualcuno tramite una etichetta globale piuttosto che riferirsi a specifici eventi o azioni. Ad esempio, pensare che si è un fallimento piuttosto che si è inadatti a fare una certa cosa. (“è un …..”); Personalizzazione: assumere che siamo la causa di un particolare evento quando nei fatti, sono responsabili altri fattori. Ad esempio, considerare che una momentanea assenza di amicizie è il riflesso della propria inadeguatezza piuttosto che un caso. (“è colpa mia se…”);

Questi errori cognitivi sono diffusi e caratteristici del nostro funzionamento mentale. L’aspetto disfunzionale è determinato dalla compresenza di più errori, dalla frequenza di comparsa e dal grado in cui tali procedure sostituiscono il ragionamento realistico e riflessivo. In sintesi, considerare i pensieri come dati incontrovertibili di realtà senza esplorare quali emozioni e sensazioni fisiche li stanno alimentando può essere pericoloso. Sono pensieri automatici che svolgono una funzione adattiva in situazioni di emergenza ma …utilizzarle molto frequentemente ci porta “lontano da noi”!

Espandere il range delle emozioni

Espandere il range emotivo significa esercitare una volontaria azione di auto-osservazione interiore per comprendere qualcosa in più del nostro panorama emotivo, identificando emozioni piacevoli e spiacevoli. In questo modo potremmo accorgerci che molti dei nostri scambi relazionali – ed educativi – sono condizionati dal desiderio di evitare emozioni che riteniamo sgradevoli o difficili. Insomma le nostre emozioni attutiscono la nostra efficacia educativa!

Quando espandiamo il nostro range emotivo aumentiamo la nostra capacità di accettare le diverse stagioni atmosferiche del cuore, nostro e altrui, e di comprendere gli schemi di comportamento che fanno emergere in noi e negli altri.

Quali pratiche possiamo usare per lavorare con le emozioni scomode?

Ci sono diverse pratiche informali che possiamo utilizzare. proviamo a farne un breve elenco:

Nota quali sono le emozioni che ti fanno sentire a tuo agio con gli altri e quali sono le emozioni che ti fanno sentire a disagio. Crea una lista delle situazioni che possono attivare emozioni scomode e osserva come reagisci. Tieni un diario delle tue reazioni emotive e rileggilo dopo un mese: scoprirai molto su quali sono le emozioni più frequenti e anche molto su quali sono i segnali che predicono una esplosione
Quando provi una emozione forte prova a chiederti “Qual è il messaggio che mi porta questa emozione? Quale azione mi spinge a fare? Posso scegliere se agire oppure no?

Sviluppare una intelligenza emotiva

L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui, sapendo distinguerle e usando queste informazioni per dirigere i propri pensieri e le proprie azioni (Daniel Goleman)

I buoni insegnanti sono come i buoni genitori: offrono una base sicura, creano un ambiente che permette agli studenti di funzionare al meglio delle loro possibilità. Questa base diventa un porto sicuro, una zona dalla quale possono partire per avventurarsi verso qualcosa di nuovo. Se gli studenti vengono aiutati a padroneggiare la loro ansia imparano anche a padroneggiare la loro attenzione. E questo gli permette loro di realizzare il potenziale della zona di sviluppo prossimale. Daniel Goleman

Possiamo sviluppare la nostra intelligenza emotiva chiedendoci regolarmente Cosa sto provando in questo momento? Come questo condiziona il mio stile educativo? Come posso relazionarmi meglio con le mie emozioni?.Se sentiamo che la rabbia sta emergendo potrebbe essere utile passare del tempo in un silenzio riflessivo per vedere se è possibile cambiare prospettiva. Oppure cercare di fare qualcosa di creativo o espressivo del proprio stato emotivo che non abbia diretta conseguenza sugli altri. Ci sono alcune emozioni che sono difficili da contenere ma questo non vuol dire che debbano essere agite sugli altri.

Promuovere un clima di sicurezza emotiva

Per promuovere un clima di sicurezza emotiva è importante sviluppare maggiore consapevolezza degli stati emotivi e, insieme, avere la capacità di confortare e consolare noi stessi nelle situazioni in cui, inevitabilmente, possono sorgere emozioni difficili. Non è una sconfitta provare rabbia o dolore, senso di colpa o ansia. È parte del nostro panorama interno: è una sconfitta non sapere come consolarsi. Non avere idea che cosa fare per calmarci comporta anche non saper confortare gli altri e rimanere preda delle loro tempeste emotive.

Pratica informale Quando provi una emozione intensa prova a immaginare che questa emozione sia provata da un bambino. Che cosa faresti per consolarlo? Che cosa avresti voluto che, da bambino, gli adulti facessero per consolarti? Puoi fare qualcosa che abbia questo effetto su di te oggi?
Pratica formale

Prova a prenderti uno spazio per praticare Self compassion breathing: non pretendere risultati particolari ma concludi ogni giornata con una pratica – formale o informale – di compassione rivolta a te stesso

© Nicoletta Cinotti 2018 Foto di © eying2012

Bibliografia

Daniel Goleman, Intelligenza emotiva

Daniel Goleman, Intelligenza sociale

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