Di solito ci si ammala in pochi. Oppure ci si ammala in tantissimi – l’HIV ha fatto 75 milioni di morti nel mondo e al momento attuale ci sono 39 milioni circa di persone sieropositive (ossia contagiate e potenzialmente contagianti) – ma non ci si sente tutti in pericolo. Adesso ci sentiamo tutti in pericolo, almeno in Italia. Nel resto del mondo il senso del pericolo ha sfumature culturali importanti e risposte politiche diversificate. In ogni caso questa pandemia sta cambiando i parametri che regolano il vivere quotidiano e non sappiamo per quanto tempo lo farà.

Sembra che solo pochissimi abbiano sentito dire alla ministra della Pubblica Istruzione, Lucia Azzolina, che, per l’autunno, si stanno pensando soluzioni per la didattica a distanza: eppure l’ha detto in una conferenza stampa nella quale stabiliva le condizioni per gli esami di terza media e di maturità per gli studenti italiani. Quindi le cose potrebbero durare a lungo. Da più parti si dichiara l’opportunità di una quarantena diversificata per gli anziani: fino alla fine dell’anno tutti a casa. Perché ti racconto tutto questo in una Newsletter dedicata alla bellezza delle parole? Perché questa epidemia sta portando l’attenzione alle parole e al linguaggio come mai si era visto prima. Mi viene da dire, con facile ironia, che “chi di lingua ferisce, di lingua perisce”.

I diari della quarantena

Quasi subito sono comparsi i Diari della quarantena, raccolti da scrittori celebri, da appassionati autori solitari, in ebook per raggiungere subito il maggior numero di persone possibili. Dal Diario della quarantena di Repubblica, a quello di Vanity Fair e Panorama al Diario dell’anno senza Carnevale di Elena Petrassi. E a molti altri ancora. Sempre in questa sezione più intimistica possiamo mettere la raccolta, “Come l’aria” un ebook sulle cose che ci mancano e che riprenderemo presto (così dicono loro). Insomma è chiaro che si può vivere anche stando in casa ma che questo aumenta – tantissimo – il nostro bisogno espressivo. E questa è la prima delle ragioni che mi spingono a parlarti di COVID nella bellezza delle parole. Ma non certamente l’unica. L’altra ragione è che ci sono metafore che tornano spesso e suscitano riflessione. Le prime sono le metafore di guerra, usate da subito sulla stampa nazionale e internazionale. Metafore che hanno suscitato molte interessanti riflessioni. Prima tra tutte quella di Daniele Cassandro su L’Internazionale. Una riflessione che ha trovato un seguito in un articolo di Annamaria Testa, sempre pubblicato su L’internazionale oltre che sul suo sito. Ma perchè nella malattia preferiamo usare le metafore della guerra anziché quelle della cura?

La metafora della guerra e la metafora della cura

Sia l’articolo di Cassandro che quello di Annamaria Testa fanno riferimento al saggio di Susan Sontag, “Malattia come metafora” (1978). Un saggio che Susan scrisse a partire dalla sua esperienza personale di paziente oncologica, in un momento in cui si iniziava a guardare alle chemioterapie come cure aggressive ma efficaci (se si sopravviveva) per la patologia oncologica. La voce di Susan Sontag, non bellica ma riflessiva, trovava eco nelle ricerche di Simonton (1980) che per primo mise in relazione l’atteggiamento mentale del paziente oncologico con l’efficacia del trattamento chemioterapico. Per molti pazienti oncologici l’uso della metafora bellica per la cura e il trattamento non era opportuna e nemmeno adeguata. Non si riconoscevano in quella metafora ma, soprattutto, non si riconoscevano in quel sottile e pervasivo senso di colpa che colpisce chi viene stimolato ad usare una metafora bellica. Se non guarisci è perché ti sei “arreso”, perché non hai “combattuto fino in fondo” e al dolore e alla fatica di essere ammalato e di dover combattere con una cura che, sul momento, ti fa stare peggio della malattia che vuole affrontare, si aggiunge un senso di sconfitta. Per questa ragione molti pazienti rifiutavano di sottoporsi a chemioterapia e di usare questa metafora bellica e trovavano invece conforto nell’utilizzo di metafore legate alla cura, alla speranza, alla fiducia. Ma non per tutti è così come dimostra il caso, recentissimo, di Nadia Toffa, la guerriera. Come mai alcuni propendono per metafore belliche e altri per metafore di cura e come mai le ragioni degli uni spostano veramente di poco le ragioni degli altri? Proverò a darti una risposta non linguistica ma psicologica (Su questo tema ti rimando anche alla NL di Annamaria Anelli). Perché le metafore belliche richiamano sentimenti di forza e aggressività e le metafore di cura richiamano sentimenti di bisogno e tristezza. Per alcuni di noi riconoscere la propria tristezza e il proprio bisogno è un passaggio inevitabile e necessario per andare avanti. Per altri è come mettere un peso in più su una situazione già pesante: molto meglio lottare. E su queste motivazioni gli spostamenti individuali sono possibili ma sono parte di un processo riflessivo interiore. A proposito di “tono interiore” la video intervista rilasciata da Giovanna Pancheri, giornalista di Sky Italia, rientrata da New York e ammalata da tre settimane di Covid, offre interessanti spunti: Giovanna è grata e triste. La sua tristezza non è dichiarata esplicitamente ma traspare. Ah, i nostri polmoni che ci rendono così intimi e tristi, come afferma la medicina tradizionale cinese!

La chiave comunque sta, secondo me, nel locus of control. Chi vede la malattia – o l’epidemia – come un nemico esterno preferisce usare metafore aggressive. Chi lo vede come un potenziale ospite interiore, personale e intimo preferisce usare metafore di cura. Basta guardare al cambiamento di linguaggio di Boris Johnson tra prima e dopo la malattia. Prima: “preparatevi a perdere i vostri cari”. Dopo: gratitudine per i medici che gli hanno salvato la vita. Prima un linguaggio bellico, dopo un linguaggio di cura.

Allora quale parole usare

Allora quali potrebbero essere le parole opportune? Paolo Iabichino ha fatto su Vanity Fair un vocabolario di 21 parole infette da salvare (quell’uomo ama i vocabolari!) accompagnato dalle immagini, molto evocative, di Isabella Nenci. L’università di Bologna ha strutturato un programma “La permanenza del Classico. Parole per noi” con la lettura di classici che, stranamente, appaiono perfettamente adeguati alle circostanze che viviamo. Sempre l’Università di Bologna, ha organizzato #Unibo sera, altro programma che ci offre parole. Parole, parole parole: perché così tante parole in un momento in cui sprofondiamo nel silenzio delle nostre città immobili? Forse proprio per compensare tutto questo silenzio? Forse perché tanta immobilità non può che essere compensata da un fervore di attività?

Ma quali parole usare? Concordo con Giovanna Cosenza: paura e coraggio, parole che avevo usato qualche giorno prima in un post, sono parole centrali. Non serve essere eroi per provarle: basta uscire di casa con mascherina e guanti di lattice per fare la spesa perché arrivi un brivido di paura e un sussulto di coraggio. Bastano queste due parole? Credo di no anche se sono fondamentali. Ce ne sono sicuramente altre che abbiamo paura a nominare. La prima forse, più difficile ancora della parole morte – con la quale stiamo facendo i conti – è la parole incertezza.

La parola incertezza

Dovremmo essere sul bordo della Fase 2 ma le ragioni di incertezza sono molte, moltissime. Basta ascoltare il parere dei virologi. O meglio delle virologhe Ilaria Capua, Alessandra Scagliarini, Vittoria Colizzi: le cose che non sappiamo sono moltissime. Forse di più di quelle che sappiamo. Giocare alla “speranza che si aggrappa”, può essere fin troppo facile. È da sempre il gioco preferito nei momenti in cui si usano metafore belliche. La realtà è che non sappiamo come andrà a finire, quando finirà davvero e cosa lascerà dopo.

Troppo dure e senza speranza queste parole? Non credo: credo che imparare a stare nell’incertezza – in questa parola che cerchiamo di “debellare” da sempre – sia fondamentale. Non a caso Jon Kabat Zinn intitolò il suo primo libro – quello in cui presentava il protocollo MBSR “Full Catastrophe Living” e Pema Chodron ha pubblicato “Se il mondo ti crolla addosso”. Non sono due pessimisti cosmici, né due persone che sono state distruttive rispetto alla loro vita. Hanno capito che la certezza non può che portare ad un atteggiamento bellico, aggressivo e illusorio. Quando Boris Johnson affermava che ci si doveva preparare a perdere “i vostri cari” usava la seconda persona plurale: qualcosa che riguardava gli altri. Oggi il Covid-19 è qualcosa che riguarda lui, seconda persona singolare. Così è l’incertezza: riguarda tutti e ci può permettere di aggiustare la rotta e rimanere flessibili. Certo preferiamo dare la colpa – il biasimo – a chi non sa o non ha saputo affrontare le difficoltà adeguatamente. Ma il biasimo è uno dei tanti trucchi di un ragionamento emotivo che sembra scientifico, basato sui dati, ed è, invece, basato sulla facile saggezza del “senno di poi” e su quello che si chiama hindsight bias.

È tanto difficile stare nell’incertezza che preferiamo scegliere la strada del biasimo sugli errori altrui. Ci sono stati errori: errori che se vivessimo due vite non rifaremmo. Ma, forse, nessuna vita può evitare errori. Quello che possiamo fare è imparare dagli errori e quello sì che è davvero interessante!

L’errore dell’INPS

Una delle cose più facili, quando si sbaglia, è biasimare gli altri. A meno che…a meno che non siamo in grado di riconoscere che l’errore ci dà tristezza per le conseguenze che comporta. Luisa Carrada con l’errore del sito dell’INPS ha fatto proprio questo con un post che è stato virale. L’ouverture è meravigliosa. il sito dell’INPS è andato in tilt il primo giorno di apertura per le richieste e Luisa scrive “il messaggio con il quale oggi l’INPS ha annunciato la débacle del suo sito mi avrebbe fatto arrabbiare, nella situazione che viviamo mi ha resa profondamente triste“. Ecco questo è il passaggio che potremmo fare proprio prima di attaccare e biasimare gli errori altrui (e nostri). Questa è la ragione per cui rimaniamo affezionati alle metafore belliche: per evitare la tristezza. Quelle di cura non possono evitarla. Quelle belliche, muscolari combattono la tristezza e forse – chissà – qualche volte sono proprio necessarie. La cura che Luisa Carrada propone è magnifica e non avrebbe potuto proporla con così tanta efficacia se non avesse aperto in lei la porta della tristezza.

Così Luisa Carrada trasforma il messaggio dell’INPS

INPS (Prima)

Al fine di consentire una migliore e più efficace canalizzazione delle richieste di servizio, il sito è temporaneamente non disponibile. Si assicura che tutti gli avanti diritto potranno utilmente presentare la domanda per l’ottenimento delle prestazioni

Dopo la cura di Luisa Carrada

Sono arrivate, tutte insieme, moltissime richieste di indennità e il sistema sta dando dei problemi. Torniamo appena possibile: tutti potranno inviare la loro domanda, anche nei prossimi giorni.
Intanto, scusateci e grazie della vostra pazienza.

Siamo disponibili ad accettare incertezza e tristezza per poter arrivare al conforto delle metafore di cura? Possiamo correre il rischio di sentire quanto è incerta e commovente la vita?

Se l’uomo non svanisse mai come il fumo su Toribeyama, ma durasse per sempre in questo mondo, quante cose perderebbero il loro potere di commuoverci. La cosa più preziosa nella vita è la sua incertezza, Kenkō Yoshida

Ai posteri l’ardua sentenza!

© Nicoletta Cinotti 2020

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