In questo anno attraversato dal distanziamento sociale ho esplorato a lungo cosa vuol dire per me distanza. Intanto mi sono accorta che la parola “distanziamento sociale”, che ormai è nel vocabolario di tutti, è un neologismo, un frutto della pandemia. Prima parlavamo di “distanza sociale” come misura dell’intimità relazionale con le persone – conosciute o sconosciute – e come segno di rispetto tra estranei o autorità. Ma il concetto di “distanziamento sociale” non esisteva: non avevamo mai avuto bisogno, prima d’ora, di qualcosa che regolasse la distanza tra le persone, in maniera indipendente rispetto all’affetto. È un ribaltamento abbastanza radicale del concetto di sicurezza. Siamo cresciuti nella convinzione che essere vicini sia più sicuro, che “fare gruppo” sia importante e lo abbiamo pensato sempre in termini fisici e non in termini virtuali. Oggi, invece, la vicinanza è prevalentemente virtuale.

In più c’è una relazione tra distanza e tempo. Più passa il tempo e più il peso della distanza si fa sentire. Come se la distanza, per essere tollerabile, avesse bisogno di una data di scadenza certa.  L’ho immaginato come un’equazione del cuore che mette in relazione tempo x distanza = nostalgia. Oppure tempo x distanza = dubbio e rabbia

La distanza si sostiene quando ha una data di scadenza. Dopo diventa via via più difficile da tollerare e inizia a far sorgere diversi sentimenti. Dubbi immotivati ma fastidiosi. Mi vorrà bene ancora? Tornerà tutto come prima? Perché un conto è essere soli e un conto, davvero diverso, è stare distanti. Può spingerci a cercare il colpevole della distanza in maniera aggressiva oppure può portarci a cercare forme lecite di riduzione della distanza. Tutto quello che riguarda il virtuale è una forma lecita di riduzione della distanza e anche una forma di intrattenimento, in attesa che tutto torni come prima. Nel frattempo – mentre aspettiamo che tutto torni come prima – come possiamo coltivare in modo umano le nostre relazioni?

Dando voce alla nostra presenza, in tutti i modi leciti – formali e informali – che conosciamo. Sono modi che rendono unica la nostra relazione con gli altri. Non ha importanza se sono virtuali: la nostra umanità passa gli schermi e, quando è autentica, arriva al cuore. Abbiamo bisogno di un solo ingrediente per essere vicini: essere in grado di stare nella rivelazione di noi.

La vera conoscenza deriva soltanto da un sospetto o da una rivelazione. Herman Melville

Pratica del giorno: Essere intimi con il respiro

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo di Mindfulness Interpersonale

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