Ieri sera facevamo discorsi da montanari. Mio zio, settantenne, programmava un’escursione per stamattina. Orario di partenza: 4.30 perché per l’alba bisogna essere già arrivati. Sennò è caldo, ha sentenziato come se alzarsi alle 4 fosse la cosa più naturale del mondo.

Lo so che in montagna è così però andare avrebbe rotto la mia amata routine della mattina. Sono in vacanza e per me vacanza è che la mia routine è sacra. Mi alzo presto, faccio colazione, medito, scrivo. Poi viene tutto il resto. Così stamattina mi sono svegliata alle 5.30. Ho letto un po’ prima di alzarmi e poi mi sono alzata già pregustando la mia amata routine mattutina.

Niente. Mia madre era già in pista. E voleva tutta la mia attenzione. Proprio come i neonati non ammette distrazioni.

Ho visto il sapore del mio rito mattutino disgregarsi. Ho sentito sorgere l’istinto di fuga, la fantasia di isolamento, l’irritazione. E sono rimasta lì. Avrei potuto sparire in qualche stanza ma sapevo che il giocattolo era rotto. Il rito era frantumato. Avrei potuto lottare per mettere di nuovo insieme i cocci. Avrei potuto arrabbiarmi. Invece ho guardato tutte queste emozioni: mi ci sono avvicinata come ci si avvicina ad un animale velenoso. Sapevo che se mi fossi fatta prendere mi avrebbero paralizzata in un circuito reattivo. Avrebbero vinto loro. Invece le ho guardate bene, da vicino. Ho guardato come battevano nel corpo, che pensieri facevano emergere. Che ricordi, lontani e insoliti, portavano a galla. Ho esplorato con atteggiamento da scienziato: le sensazioni erano calde e intime, una tavolozza di colori molto variegata. Mi sono ricordata della storia del polpo degli anelli blu – un polpo velenoso ma non aggressivo – se lo osservi senza avvicinarti si nasconde. Le emozioni difficili sono come quel polpo: se le osserviamo finiscono per svanire da sole. Se ci lottiamo contro, cerchiamo di scacciarle o di ignorarle, rischiamo di finire preda del loro veleno.

Avrei potuto scappare dalle mie emozioni ma sarebbero rimaste nel corpo: una traccia che avrebbe filtrato tutte le emozioni successive. Una traccia che avrebbe fatto da terreno per tutte le aspettative non realizzate della giornata. Così le ho viste sorgere e svanire, come nuvole bianche in un cielo d’estate.

Alle 7.30 mia madre è uscita, lasciando un turbine di silenzio dietro di sé. Ho gustato quel silenzio come un regalo inaspettato. Ho ripreso la mia routine. Chi è stato padrone? Mia madre che ha segnato il ritmo o io che ho padroneggiato le mie emozioni?

La domanda è apparentemente banale. Molti conflitti nascono così, perché non vogliamo che i bisogni, i ritmi, le idiosincrasie degli altri, siano padroni della nostra vita. Per proteggerci entriamo in un conflitto di potere, nel desiderio di dare il nostro ritmo, perdiamo di vista la padronanza e la scambiamo con il controllo. Il controllo impone, a noi o agli altri. La padronanza ci rende principi della nostra vita, al di là di qualsiasi urgenza.

Questa è stata la mia escursione di stamattina.

Agli esseri umani viene concessa la speranza, che diventa il carburante e lo scopo per andare avanti. Senza la speranza, non potrebbero sopravvivere. Ma è come gettare una monetina nell’aria. Per sapere se uscirà testa o croce, bisogna che ricada a terra. Haruki Murakami

Pratica del giorno: Lavorare con le emozioni

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

Photo by Toomas Tartes on Unsplash

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