Si narra che le ultime parole che il Buddha disse siano state in riferimento alla cura, come strada verso la salvezza. La parola che in pali è traducibile con cura è “appamada” Stephen Batchelor ne parla a lungo. Appamāda  è la parola pali che indica una presenza priva di confusione o indifferenza. Certamente se le ultime parole del Buddha sono per la cura significa che questa ha un ruolo centrale nell’itinerario di vita di ogni persona, indipendentemente dalla “malattia” – vera o presenta – emotiva, spirituale o fisica. Significa che la salvezza passa attraverso il fare le cose con cura, attenzione dedicata, affetto. Potremmo tradurla con “vivi una vita di cura”. E qual è il primo luogo in cui incontriamo la cura? Inutile dire che è nell’infanzia, in famiglia, nelle nostre relazioni più intime.

Il senso di colpa dei genitori e verso i genitori

Queste considerazioni sull’origine dell’atteggiamento di cura oggi non sorprendono più: siamo ben consapevoli che quello che accade all’inizio della nostra vita dà forma al nostro diventare adulti ma, solo un secolo fa, quest’idea non era così chiara. Nè era chiaro quanto fosse importante il segno lasciato da queste prime relazioni. È stata la psicoanalisi classica che ha rivoluzionato lo sguardo verso i bambini. Fino a non molti anni fa i bambini erano ritenuti incapaci di capire e incapaci di sentire (Quante volte hai visto adulti che parlavano di fronte ai bambini come se i bambini non sentissero?)

Nel portare l’attenzione al ruolo centrale delle prime relazioni abbiamo però esagerato: siamo passati dalla sottovalutazione ad una sensazione di catastrofe imminente nei confronti di qualsiasi errore genitoriale. Per non parlare poi delle responsabilità attribuite alle madre: sembra che tutte le nevrosi del mondo arrivino da lì. La conseguenza – al di là dell’ironia – è stata che la letteratura si è riempita di colpevolizzazione: come genitore sbagliamo tutti ma le conseguenze non sono irreparabili, anche se l’abbiamo creduto. Così generazioni di madri di persone con neurodiversità come l’autismo si sono sentite giudicate come “madri frigorifero”prima di comprendere quanto l’aspetto genetico fosse rilevante. Abbiamo costruito una psicologia sul senso di colpa dei genitori e sulla mancanza di responsabilità nei confronti di noi stessi. Se la “colpa” è di mia madre o di mio padre non c’è nulla che io possa fare. Ma le cose non stanno esattamente così.

Cura non significa colpa ma responsabilità

Impariamo dagli errori che sono inevitabili pietre d’inciampo della nostra vita ma gli errori – fatti o subiti – sono i nostri punti di crescita e non i nostri punti di arrivo. Gli errori ci definiscono non perché lasciano cicatrici ineliminabili ma perché ci indicano una direzione di cura. È vero: i nostri genitori hanno fatto degli errori. Che fare?

Tutto quello che accade, tutto quello che incontriamo nella nostra vita lascia un’impronta, in positivo e in negativo. È così che si formano le abitudini, è così che impariamo a fare qualcosa di concreto e qualcosa di astratto. L’apprendimento si basa sulla ripetizione. Ogni ripetizione lascia un segno, un’impronta che rende, nei momenti successivi, più immediato ripercorrere questa stessa linea tracciata. Seguendo queste impronte, che possiamo definire memorie, possiamo ricostruire i passaggi significativi della vita di una persona: più grande è l’impronta che hanno lasciato più sono relative ad eventi significativi.

Un’etica della cura o un’etica della ragione?

Siamo abituati a dare importanza al contenuto dei nostri pensieri e al contenuto delle nostre emozioni. Lo facciamo perché, alla fine, avere ragione è importante. Anzi direi che abbiamo proprio un’etica della ragione che declina quello che è giusto e sbagliato. Non vogliamo sbagliare perché temiamo le conseguenze dei nostri errori e questo ha spostato la nostra attenzione dall’etica della cura all’etica della ragione. Faccio un esempio: in questo periodo sono tantissime le diatribe sorte sull’uso della mascherina come fattore preventivo contro la diffusione del virus Sars-Cov-19. Malgrado i dati scientifici sostengano la correttezza delle norme di distanziamento sociale e dell’uso della mascherina, per molte persone queste sarebbero forme di limitazione della libertà individuale di stampo repressivo. Il loro ragionamento è inoppugnabile: qualcuno fornisce norme su come mi devo comportare rispetto alla distanza sociale – aspetto centrale nei processi ricreativi e di relazione – quindi è un atto autoritario che limita il mio libero arbitrio. Dal punto di vista logico non fa una piega. Dal punto di vista etico dimentica completamente la necessità del bene comune: la salute di tutti, in particolare dei più esposti al rischio degli effetti nefasti della malattia.

Dobbiamo pensare che per queste persone non sia presente un’etica della cura ma solo un’etica della ragione? Forse sì, il punto è proprio questo!

Cura e compassione

Forse ogni volta che parliamo di cura dovremmo invitare un sentimento che è direttamente coinvolto: il sentimento della compassione. Nulla di quello che facciamo, se privato di compassione, può essere davvero cura. Potrebbe essere razionale, giusto, ma è la compassione quella che ci permette di distinguere il nostro personale – ed esclusivo – beneficio dal beneficio che può riguardare tutti. Quando spostiamo troppo l’attenzione sugli errori dei genitori non li rendiamo genitori migliori ma più spaventati. Non li rendiamo più compassionevoli ma più – o troppo – pietosi, incapaci di insegnare a tollerare le inevitabili frustrazioni. Dei genitori che si preoccupano di fare tutto giusto non sono buoni genitori: sono genitori irrealistici, disponibili a sacrificarsi oltre il necessario e poco propensi ad insegnare ai figli che è bello sacrificarsi per le proprie passioni. Spesso sono genitori che si sacrificano al posto dei figli non permettendo ai figli di fare quel giusto sforzo, quella fatica salutare che ci aiuta a diventare resilienti. Lo fanno per amore dei figli, lo fanno perché non vogliono sentirsi in colpa e nemmeno avere rimorsi.

Questa etica del giusto e dello sbagliato è un modo per metterci in una condizione di assenza di responsabilità nei confronti della cura di noi stessi. Aspettiamo per tutta la vita che qualcuno si curi di noi e facciamo fatica a compiere anche piccolissimi atti di cura e attenzione nei nostri confronti. Siamo pronti ad elencare gli errori dei nostri genitori ma perchè non spostiamo l’attenzione sugli atti di non cura nei nostri confronti? Sulla difficoltà a prendersi 5 minuti per praticare? Sul procrastinare gli atti di cura interiore a favore degli atti di cura esteriore?

Abbiamo bisogno di un piccolo – ma enorme – spostamento di prospettiva: passare dalla logica di quello che è giusto o sbagliato alla logica della cura. Diamo la precedenza a quello che cura e troveremo sempre la via regia al cambiamento. Non abbiamo bisogno di chiedere consigli: sappiamo già che cosa ci farebbe bene ma non lo facciamo. La vera svolta è iniziare a prendersi la responsabilità di cura nei confronti di sé stessi. Questo è quello che significa, per me, reparenting ourselves. Appamada, cura, la via regia del cambiamento. Non cercare gli errori degli altri o gli errori del passato ma volgere uno sguardo compassionevole alle nostre ferite, al nostro dolore. E, finalmente, crescere. Consolare infatti non vuol dire impietosirsi per le nostre difficoltà ma mettersi nella condizione di ripartire da dove ci siamo fermati.

L’incertezza della cura

Come rispondere alle incertezze che ci troviamo di fronte quando cresciamo? Se rispondiamo secondo l’etica della ragione dobbiamo fare riferimento a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato ma se siamo richiamati all’etica della cura, possiamo fare scelte diverse. Una cura che si fonda sulla nostra capacità di guarire noi stessi e che prosegue nel momento in cui sappiamo metterci nei panni di chi ci sta di fronte: che siano i nostri “colpevoli” genitori o i nostri “colpevoli” partner. Passare dall’etica del giusto e dello sbagliato all’etica della cura è la vera rivoluzione della mindfulness e disegna un percorso inclusivo di noi e dell’altro, della realtà e delle sue necessità.
Nella tradizione buddista c’è una storia che descrive bene queste due diverse posizioni, ne parlavo in un post qualche giorno fa. Il post riprendeva la metafora – anche questa buddista – dell’attraversare un fiume. Passare dalla non cura di sé stessi alla cura di sé stessi è come attraversare un fiume: troveremo molte scuse per non attraversarlo. La corrente è troppo forte, abbiamo paura, non è importante, ci sentiamo soli nell’attraversarlo. Oltre alle scuse per non attraversalo ci troveremo di fronte anche delle oggettive difficoltà: bisogna dare delle priorità, fare una scelta, rinunciare e solo la parola rinuncia ci fa venire i brividi. Una volta arrivati sull’altra sponda però avremo tutta una strada nuova davanti. L’altra sponda è quella della cura. La sponda in cui siamo è, molto spesso, la sponda dell’abitudine, della ripetizione, della confusione e del dubbio.

Non c’è scampo: la cura richiede guardare dentro e correre dei rischi. La ragione può anche metterci al sicuro dandoci regole esterne, può risparmiarci la fatica di guardare dentro ma non ha la stessa forza e nemmeno lo stesso potere perché parte da una posizione impoverita.

La cura è l’ultima parola

Come possiamo curare, noi, che della cura abbiamo fatto una professione? Con attenzione, dedizione, in modo completo, circolare. Nel Samyutta Nikāya, appamada viene paragonata all’impronta dell’elefante, una impronta che può contenere tutte le impronte degli altri animali.
Il senso di questa metafora non è solo l’invito a dare priorità alla cura su tutti gli altri aspetti ma sta anche nel riconoscere che la cura – perché sia tale – deve includere ogni elemento della salute: fisica, emotiva, spirituale, sociale, economica, ecologica, È una cura che richiede la giusta concentrazione e consapevolezza. Richiede l’essere presenti e non distratti: proprio le qualità che coltiviamo con la meditazione mindfulness.

Mi piace pensare che l’impronta, circolare, dell’elefante esprima anche questo: il rispetto ecologico che include tutti gli aspetti coinvolti nella salute. Come psicologa sono debitrice di una logica in cui, troppo spesso, si cerca l’errore per biasimare chi l’ha compiuto e, troppo spesso, si danno informazioni su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato fare. Credo che, invece, dovremmo offrire alle persone strumenti di pratica più che consigli per trovare che cosa è giusto per loro. Non siamo venuti al mondo con il libretto delle istruzioni e nemmeno con il codice di comportamento, tanto meno possiamo ritenere che questo codice di comportamento debba essere dettato dalla psicologia. Abbiamo alle spalle decenni di colpevolizzazione degli errori educativi dei genitori: adesso possiamo dare una svolta e aprire alla responsabilità che ogni persona ha, di cura, nei propri confronti, nei confronti degli altri, nei confronti del mondo.
© Nicoletta Cinotti,  2020

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