Se c’è una emozione che è seguita subito a ruota dalla vergogna quella è l’ingenuità. È un’emozione di confine, con molte componenti cognitive. Perché le emozioni non appartengono solo al regno del corpo e del cuore ma anche a quello della mente. Anzi, ad essere precisi, le emozioni primarie, quelle che proviamo fin dalla nascita, sono emozioni che appartengono al cuore, che viviamo con una componente prevalentemente emotiva. Man mano che diventiamo grandi le nostre emozioni si arricchiscono di componenti cognitive. Ci arrabbiamo, per esempio, perchè giudichiamo qualcosa ingiusto. Oppure ci vergogniamo perché abbiamo fatto una brutta figura. Insomma molte delle nostre emozioni nascono da una valutazione anche cognitiva della situazione.

L’ingenuità è un’emozione bellissima e dolorosa come la vergogna. È fatta di stupore, di scoperta e spesso nasce dalla curiosità ma dichiara anche una parziale inconsapevolezza per quello che sta nella mente dell’altro o nella situazione.

Quando siamo ingenui ci scopriamo e questo ci mette in svantaggio. Ne “L’arte della guerra” – un famoso libro di strategia militare che diventa un testo di filosofia orientale, ancora oggi molto citato – si afferma con chiarezza che non bisogna mai dichiarare prima la propria intenzione. Ecco direi che questo è l’opposto dell’atteggiamento di ingenuità. Quando dichiariamo le nostre intenzioni l’altro può organizzare le proprie scelte senza che noi lo sappiamo. Nello stesso tempo questo non dichiarare mai le proprie intenzioni può condurre ad uno stallo non indifferente perché mette nella condizione di aspettare che sia sempre l’altro a fare il primo passo.

Confesso che sono stata (e sono) un’ingenua e che, molto spesso mi capita di espormi troppo. A volte è per ingenuità. A volte è perché, tutto sommato, il valore dell’autenticità mi sembra che stia anche nel non avere sempre una strategia attiva. Lo so che rischio: eppure quella vulnerabilità mi sembra un modo per coltivare la mia mente del principiante. Trovo che la strategia sia pesante e limiti troppo la creatività mentre amo tenere aperta una riserva di stupore. Per non lasciare che la vita mi renda logorata. Mi sembra che non esporsi mai non sia saggezza ma, piuttosto, disincanto. Nell’antica Roma si definiva ingenuo chi era nato libero. Mi sembra una bella definizione che sosterrei con un augurio di Metta (un po’ rivisitato) “Che io possa essere ingenua senza essere sprovveduta”.

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. Fabrizio De André

Pratica del giorno: Grounding

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri Photo by Meg Kannan on Unsplash

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