A volte i libri arrivano per caso. Questo, “L’inquietudine” di Marion Muller-Colard, mi è stato prestato da un amico sacerdote e porta i segni, a matita, delle sue sottolineature. L’ho iniziato con sospetto: non amo i libri scritti da teologi, anche se Marion, scrittrice francese, dice di essere agnostica, perché “solo chi non crede di possedere Dio e la scienza di Dio è davvero sulla strada del Regno”.

In genere i teologi – perché Marion oltre che scrittrice è una teologa protestante che vive in eremitaggio o quasi con il marito e due bambini sui Volsgi – hanno un linguaggio che sento lontano dalla vita quotidiana, un linguaggio ideale che mi fa sentire a disagio. Così, rimanendo consapevole del mio sospetto, ho iniziato a leggerlo, “è piccolo” mi sono detta “sarà una penitenza breve”.

L’inquietudine

Certamente l’inquietudine mi riguarda. Non è una sensazione chiara ma qualcosa che mi anima da sempre e che mi spinge a cercare. Ecco, l’inquietudine spinge a cercare qualcosa e non sai bene cosa. In qualche modo è una fortuna, in altri modi è una sfortuna. Marion racconta la sua inquietudine che è una inquietudine alla ricerca di Dio. Con più domande che risposte. La prende e la sveglia; bussa alla porta del suo sonno, come tutte le inquietudini. La tira giù dal letto, la perdona o meglio l’accoglie.

Se a volte mi monopolizza e ci rinchiude – lei stessa e me – in un cerchio infernale, impenetrabile a qualunque altra cosa, ella è anche colei a cui devo i miei incontri più belli, le mie comunioni migliori

Ecco, mi sono detta, allora con l’inquietudine si può parlare e conoscerla come se fosse una visitatrice inattesa. E forse leggere questo libro non sarà una penitenza ma una benedizione.

Il verbo al presente e il verbo al futuro

Il vero punto di svolta nella lettura di questo libro arriva attorno alla parola speranza. Lì Marion racconta la sua scoperta sul tempo dei verbi. Perchè si accorge che il Vangelo greco non ha verbi al futuro per raccontare la fine dei tempi ma verbi al presente.

Detto così, la fine dei tempi cambia di fatto prospettiva: non si tratta più di una vigilanza destinata a scoprire se arriverà un momento futuro, ma la vigilanza di ogni istante per se stesso. È un imperativo a vivere al presente e a essere pronti, in ogni momento, all’imprevedibile. Non si tratta più della fine dei tempi, ma del fine del tempo: si tratta di una vita da vivere nell’istante, nell’adattamento incessante a ciò che È.

La speranza quindi non come qualcosa che deve compiersi ma come qualcosa che è la nostra presenza. E l’inquietudine un rumore di fondo che annuncia la grande trasformazione. Quindi il presente porta in sé il tema dell’impermanenza e ci chiede di rimanere consapevoli del suo rumore incessante. Vorremmo certezze e invece udiamo il suono del cambiamento.

Cosa aspettarsi da un Dio che viene al mondo come neonato?

Cosa aspettarsi da un Dio che viene al mondo come un neonato? Non certo che ci preservi dal rischio e dalle preoccupazioni. Proprio come quando nasce un bambino, sperimentiamo una delle gioie più grandi e, insieme, il sorgere dell’apprensione che continua per tutta la vita. Insomma, arrivando bambino Dio ha voluto dirci “niente di sicuro ma tutto in crescita e in cambiamento”

Fin dall’inizio il Vangelo mi dà un neonato tra le braccia e mi dice: Ecco il tuo Dio. Dato che tu sei fragile, si è fatto fragile a sua volta. Conti su di lui? Hai ragione. E poiché conti su di lui, conta altrettanto su di te. Non siamo in una terra di certezze ma in un cammino di fiducia: a ogni passo metti in gioco ogni cosa. Non vi è alcun “sì” detto una volta per tutte.

Quindi quello che chiamiamo cristianesimo inizia proprio nell’incertezza e nella fragilità. Poi, dopo, diventa altro. Forse proprio per combattere la paura che quella incertezza e fragilità portano nel mondo. Ma ogni anno, il Natale, ci ricorda che partiamo sempre da lì, dalla fragilità che suscita cura. Appamada, come dicono i buddisti. Cura. Quella che ieri ha fatto recuperare la mamma e il bambino sulla nave di Open Arms. E accoglierlo a braccia aperte anche se moltissimi cuori erano chiusi dalle leggi sull’immigrazione. Open Arms, Appamada, Buona Novella: parole che raccolgono tutte lo stesso inequivocabile invito: iniziamo dalla fragilità

Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini. Lo scalderà il vapore della sala macchine. Lo cullerà il rollio del mare di traverso. Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una fortuna, suo padre l’angelo di un’ora, molte paternità bastano a questo. In terraferma l’avrebbero deposto nel cassonetto di nettezza urbana. Staccheranno coi denti la corda d’ombelico. Lo getteranno al mare, alla misericordia. Erri De Luca

Forse la buona novella è questa: rinunciare alle rotte ben dritte, rifiutare il semplice obiettivo di evitare ogni rischio, perché l’inquietudine è la rotta della condizione umana e cadere e rialzarsi, perdersi e trovarsi sono movimenti diversi tra di loro.

L’inquietudine di Paolo

Così l’inquietudine del mio amico sacerdote, la mia, quella di Marion non sono diverse dalle inquietudini che ci svegliano la notte, bussano alla nostra coscienza quando siamo più indifesi e fragili. Vogliamo addormentare quell’inquietudine con i sonniferi ma c’è una inquietudine che non possiamo addormentare e che ci viene incontro proprio perché siamo umani e vivi.

Sono dunque fatto così, futile e sensibile, capace di slanci focosi, che mi assorbono tutto, buoni e cattivi, nobili e vili – ma mai un sentimento che duri, mai un’emozione che persista e penetri la sostanza dell’anima. Tutto, in me, tende ad essere subito qualcos’altro; un’impazienza dell’anima contro se stessa, come la si potrebbe avere contro un bimbo fastidioso; un’inquietudine sempre maggiore e sempre simile. Fernando Pessoa

Ecco perché si augura la pace

È perché siamo spinti da questa inquietudine 364 giorni all’anno che a Natale si augura la pace, una pace che scende con la densità dell’amore e della libertà. Una pace che possiamo prendere per mano perché ha una consistenza più profonda di quanto non sia la certezza. Una pace che sa gettare l’ancora, al riparo dai colpi di vento e dai colpi di spugna. Che Open Arms possa davvero attraccare, perché su quella nave c’è la nostra inquietudine che ha il volto migrante di tutte le inquietudini.

© Nicoletta Cinotti 2018

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