Sono una fanatica del movimento: nei giorni neri mi metto le mie scarpe da corsa e corro. E più sono neri più corro. O meglio, non sono come Murakami che non cammina mai e finisce le maratone sempre correndo. Io cammino anche, però veloce, come se corressi.

Eppure le cose più profonde del mio corpo l’ho imparate nell’immobilità. Quella assoluta del body scan. Perché quando ci muoviamo quello che percepiamo è l’effetto del movimento. Ma quando stiamo fermi quello che sentiamo è il core, come dicono gli inglesi: il nucleo centrale, pulsante e vitale, del nostro essere.

In quell’immobilità scopriamo tantissime cose: la prima che incontriamo, molto spesso, è l’intensità delle difese che sono attive. Non sentiamo mai le nostre difese: sentiamo i loro effetti. Nell’immobilità il suono, il colore, la tessitura delle nostre difese inizia a dispiegarsi. Così se la nostra difesa principale è attacco o fuga possiamo provare un’insopportabile voglia di muoversi. Se la nostra difesa è il freezing possiamo sentire il corpo congelato. Oppure precipitare in un torpore ottundente come la neve. Possiamo scoprire che la nostra testa è pesante come il piombo dei nostri pensieri. O che le nostre gambe sono stanche come se avessero camminato per tutta la vita senza mai fermarsi.

Quella rivelazione, anzi le rivelazioni che l’immobilità fa emergere sono intense. Forti. Quando mai possiamo scoprire di non sentire il corpo se non nella sua assoluta quiete, nella nostra immobilità? Vale la pena tanta verità? Conviene sentire invece che attutire, annullare, nascondere?

Sì, conviene, conviene sempre perché quello che non percepiamo, che non sentiamo, non sparisce. Diventa un silenzioso messaggio sub-liminale che la nostra mente recepisce, spingendola a comportarsi in modi per noi incomprensibili. Incomprensibili perché non abbiamo ascoltato il linguaggio del corpo. Siamo come bambini che chiudendo gli occhi pensano di non essere visti. Se non ascoltiamo il corpo, se chiudiamo l’ascolto, quello che il corpo dice non si interrompe. Viene ascoltato a nostra insaputa e diventa un sintomo fisico o emotivo. Oppure un sintomo sia fisico che emotivo.

Non è solo il body scan che permette queste rivelazioni. Queste rivelazioni stanno tutte nell’atto di fermarsi ed ascoltare. Perché l’ascolto porta con sé una qualità fruttuosa di silenzio, in qualunque condizione avvenga. Così ogni tanto fermarsi appartiene alla dimensione della felicità. Perché è quando siamo felici che non abbiamo più bisogno di scappare. E possiamo mettere questa dimensione di felicità in ogni giornata. In ogni momento della nostra giornata. Anche adesso che stai leggendo – anche io che sto scrivendo – possiamo fermarci e respirare. Uno, due respiri di quiete. Di sapore. Quella che può sembrare una interruzione è, in realtà, la continuità d’essere. Esistiamo a prescindere da quello che facciamo. Che pace!

Insegna la tuo corpo la felicità fermandoti. L’immobilità diventerà così la più grande delle azioni possibili: esistere.

Il body scan è un meraviglioso modo per sperimentare il nostro corpo nella sua continua mutevolezza, dinamicamente, nella sua vitalità. Apre la porta a nuove intuizioni e attiva un cambiamento e una trasformazione sorprendente per quanto il corpo possa apparire – in superficie – solido e immobile. Sharon Salzberg

Pratica formale di mindfulness: La consapevolezza del corpo

Pratica informale: Fermarsi per uno o due respiri ogni tanto, durante il giorno, per ricordare al corpo la felicità

© Nicoletta Cinotti 2018 Scrivere la mente

 

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