Lo stress ha molti effetti su di noi: effetti fisici ed emotivi. Sottovalutiamo però l’effetto che ha sul piano delle relazioni sociali. Quando siamo stressati siamo meno disponibili nei confronti degli altri e meno desiderosi di coinvolgerci. Succede perchè le difese diminuiscono l’intelligenza sociale. Culturalmente poi siamo sempre più sostenuti ad essere individualisti e ci perdiamo così l’importanza che l’intelligenza collettiva ha nella nostra vita.

Uno dei difetti delle nostre riflessioni sul tema dell’intelligenza è che abbiamo molti test che misurano l’intelligenza individuale e le intelligenze multiple che ogni persona possiede nei diversi ambiti di competenza ma non abbiamo nessun test che misuri l’intelligenza collettiva che si crea all’interno di un gruppo di persone.

In una ricerca che ha esaminato 699 persone che lavoravano in gruppi di due o di cinque è stato evidenziato un miglioramento delle performance in diversi campi all’interno dei gruppi più numerosi. Questo aspetto di intelligenza collettiva – o “c factor” – non è collegato con i quozienti intellettivi delle persone che fanno parte del gruppo ma è una variabile indipendente collegata invece con l’intelligenza, la sensibilità sociale e la presenza di donne all’interno del gruppo di lavoro. Anche se può sembrare un’affermazione di parte, la presenza delle donne aumenta i “c factor” perché le donne hanno, mediamente, una maggiore intelligenza sociale. (Woolley et al., 2010, Science, p686).

Così quando le persone mi chiedono se si può fare un protocollo mindfulness individuale oppure se si può evitare di fare i gruppi terapeutici si dimenticano che perdono la possibilità di coltivare il loro “c factor”; un  fattore che diminuisce lo stress e migliora la possibilità di utilizzare le risorse personali. Più siamo “antisociali” e più dichiariamo, indirettamente, il nostro livello di stress. Più siamo inclusivi e più ci diamo la possibilità di un accesso ampio alle risorse del gruppo ma anche, e soprattutto, alle nostre personali risorse. Forse abbiamo paura di perdere la nostra identità in un gruppo e invece, dopo, la ritroviamo più ampia perchè è stata accresciuta dall’identità degli altri.

Un buon esempio degli effetti dell’intelligenza sociale è quello che ti scrivo ogni mattina. Potresti pensare che quello che scrivo sia mio, frutto del mio pensiero e del mio lavoro. Io so – e ne sono grata – che queste cose che scrivo sono frutto di tutto quello che mi insegnano le persone che incontro giornalmente e so anche che, senza di loro, la mia vita emotiva, la mia intelligenza, sarebbero infinitamente più povere. È a te e a loro che devo il mio “c factor”!

Io, me, mio sono prodotti del nostro pensiero. Larry Rosenberg ha definito selfing l’inevitabile e incorreggibile tendenza a configurare in qualsiasi situazione un Io, me, mio, agendo poi in base a quella prospettiva limitata, prevalentemente frutto di fantasia e autodifesa… è una connotazione talmente intessuta nella nostra società che passa inosservata, come nel caso proverbiale del pesce che non conosceva l’acqua essendovi totalmente immerso. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: Errori e compassione

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri: il coraggio nella pratica di mindfulness

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