Per tantissimo tempo abbiamo guardato alle nostre parti dolenti come un medico guarda un paziente. Se è un buon medico con uno sguardo clinico e professionale, capace di individuare e curare il problema. Se è un medico distratto, con un po’ di sottovalutazione, ma magari sempre con qualche cura da usare.

Ciononostante ci siamo spesso trovati a dire che la diagnosi non coincideva con la guarigione. Sapevamo perché stavamo male, qual era il nostro problema eppure non sempre questo voleva dire cambiare. Siccome poi io sono ostinata nella cura, ho sempre cercato di capire cosa faceva la differenza tra chi stava meglio e chi, invece, migliorava ma non stava meglio in modo rilevante.

Alla fine sono arrivata alla conclusione che siano due gli elementi che fanno la differenza:

  • il primo è relativo proprio allo sguardo che abbiamo nei confronti del nostro dolore. Se lo guardiamo con distanza il dolore rimane. Perché il dolore provoca una frattura, una distanza da noi e quella distanza può essere ricucita solo con il tornare nel luogo dove la ferita si è prodotta e rimanere in intimità con quel dolore. Non per esserne invasi ma per consolarlo come faremmo con un bambino che piange: non gli spiegheremmo perché piange. Lo terremmo tra le braccia cantandogli una canzone al ritmo del respiro.
  • il secondo elemento è la vergogna. Prima o poi, proprio a causa della distanza che mettiamo tra noi e la nostra vulnerabilità, le nostre sconfitte, i nostri dolori ci suscitano vergogna. Ci disapproviamo perché siamo stati sfortunati, sfigati, fragili, ingenui e chi più ne ha più ne metta. E la vergogna ha la stessa cura di cui sopra: l’avvolgere il nostro errore con la compassione. La compassione però non basta se non c’è un altro piccolo e sostanziale movimento: mostrare la nostra vulnerabilità. Che non è esattamente raccontarla ma condividerla. Io posso raccontarti una storia ma condividere il mio dolore con te è un’altra cosa: non è narrazione. È spalancare una finestra sul vuoto, sapendo che solo perché abbiamo fiducia l’uno nell’altro possiamo guardare insieme quel vuoto.

Se non fossi considerata già abbastanza stravagante direi che io vorrei curare le persone camminando insieme, per strada, a fianco. O in montagna, come ho fatto questa estate. Perché la vera cura è guardare nella stessa direzione, non essere uno di fronte all’altro ma uno a fianco dell’altro.

L’avevo detto, l’ostinazione è un male molto forte; si aggrappa al cervello e spezza il cuore. Di ostinazioni ce ne sono molte, ma quella dell’amore è la peggiore. Isabel Allende

Pratica del giorno: LA MEDITAZIONE CAMMINATA (pdf)

Nicoletta Cinotti 2019 Reparenting ourselves

 

 

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