Mi domando spesso che confine c’è tra intimo e privato. Quando le persone si presentano nei miei ritiri o nei gruppi chiedo di farlo rinunciando alle etichette che usiamo solitamente. Etichette legate al ruolo professionale, all’età, alla condizione familiare, alle preferenze sessuali. Chiedo alle persone di presentarsi con il loro nome e, se vogliono, con qualcosa di intimo. Per esempio con tre oggetti che li rappresentano. Oppure tre cose che gli mancano o tre aspetti che amano di sé. Sono domande intime che non richiedono però di rivelare fatti privati. Eppure questa richiesta di abbandonare i ruoli e non iniziare dicendo “sono medico, studente, avvocato infermiera ect.” viene vissuta con sollievo ma anche con sconcerto. Come se, tolti i ruoli, non avessimo molte parole che parlano di noi.

Come se non riuscissimo a capire che abbiamo bisogno di un barlume di intimità per entrare in relazione con gli altri e con noi stessi e questo filo di intimità non comporta rivelare fatti personali. Comporta mostrare quell’aspetto in continuo movimento che è il nostro Sé in divenire. L’intimità è un invito a stare nella mutevolezza. Possiamo gioire del contatto e dopo un minuto desiderare distanza. Possiamo desiderare la solitudine e poi sentire il bisogno di compagnia. I nostri ruoli sono statici, a volte rimangono come un fermo immagine anche dopo la pensione, ma l’intimità è dinamica. Èd è fondamentale per entrare in relazione con noi e con l’esperienza. Non siamo ciò che facciamo: siamo molto di più.

Quando ci identifichiamo troppo con un ruolo riduciamo la nostra capacità di fare scelte consapevoli: prendiamo le decisioni che riteniamo adeguate per quel ruolo, che potrebbero anche essere molto estranee a noi. A volte ho visto persone che si separavano nel momento in cui i figli erano grandi. Non sapevano nemmeno se il loro matrimonio era davvero fallito ma avevano rinunciato a così tanta parte della loro vita per il ruolo di genitore che la separazione gli sembrava l’unica soluzione per riprendere sé stessi. Perché i ruoli fanno quest’effetto: gli sacrifichiamo la vita pensando che poi – dopo – arrivati alla pensione, quando i figli saranno grandi, quando avremo raggiunto quella posizione professionale, potremo cominciare a vivere. È un inganno. Abbiamo bisogno di vivere ora e per vivere è necessario percorrere il territorio mutevole dell’intimità con noi stessi e con gli altri. Perché intimo e privato non sono la stessa cosa. E la comunione è un fatto simmetrico: se non sappiamo essere intimi con noi sarà molto difficile essere intimi con gli altri e allora, tutta la nostra riservatezza, sarà solo un territorio solitario.

I ruoli non sono né buoni né cattivi; sono essenzialmente delle funzioni che forniscono regole predefinite soprattutto nelle relazioni interpersonali. Il punto però è non essere un ruolo ma un’anima. Frank Ostaseski

Pratica del giorno: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente nel territorio dell’amore

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