Mi rendo conto che cerco la chiarezza come un cane cerca i tartufi. Non si può mai avere la certezza che l’altro comprenda, né si può avere il conforto che essere chiari significhi essere capiti. Eppure cerco questa chiarezza per me e per gli altri perché la confusione mi sembra la base su cui si appoggia la sofferenza. Potrei dire che sono le idee a fare confusione e forse avrei ragione ma so che molte volte quello che crea confusione è la fretta di arrivare ad una soluzione, la fretta di arrivare ad una certezza. Così in questa domenica che regala un’ora e in cui mi sono impegnata a preparare la relazione per la conferenza internazionale “Mindfulness e Self-compassion tra psico-educazione e clinica” mi son data il compito di mettere ordine tra i pregiudizi e le “cattive informazioni” che possono sorgere nell’area della mindfulness. Cercherò di essere breve, succinta e compendiosa, come raccomandava la mia maestra delle elementari (lo so che tendo ad essere lunga anche se compendiosa!)

Definire la mindfulness a scopo terapeutico

La mindfulness così come viene proposta nei protocolli mindfulness o nella psicoterapia basata sulla mindfulness ha uno scopo terapeutico. Cioè ha l’intenzione di alleggerire la sofferenza emotiva e mentale e, per questa ragione, pur appoggiandosi ai fondamenti della meditazione vipassana lavora in particolare su tre elementi: (1)consapevolezza e (2)accettazione del (3)presente. La consapevolezza è data dall’insieme delle sensazioni fisiche, sensazioni emotive e dei pensieri, connessi o non connessi tra di loro. Anche accorgerci di “non sentire” è prendere consapevolezza. Il presente è il luogo e il tempo in cui percepiamo e viviamo l’esperienza. L’accettazione è l’atteggiamento che abbiamo nei confronti dell’esperienza. A volte scappiamo dall’esperienza, a volte esploriamo l’esperienza. Tutte le volte in cui esploriamo l’esperienza facciamo pratica di mindfulness

Pregiudizio numero 1

Per essere consapevoli bisogna calmarsi

Uno dei pregiudizi più diffusi è che per essere consapevoli sia necessario calmarsi. In realtà anche accorgersi di essere agitati è consapevolezza. Il radicamento nel presente non consente all’agitazione di trascinarci altrove, di lasciarci trasportare dal fiume dei pensieri. Calmarsi può essere un effetto della consapevolezza ma non è necessario che sia la condizione di partenza.

Immagina che l’ancoraggio al corpo e al respiro siano come l’ancoraggio e l’ormeggio di una barca in porto. Il porto è dato dal fatto che siamo in una stanza ad occhi chiusi, senza troppi stimoli. Se siamo agitati succede quello che succede quando il mare è mosso: la barca ondeggia e si muove ma non viene trascinata via. Se siamo calmi è come quando il mare è calmo: la barca non è mai ferma perché il mare, come la nostra attenzione, non è mai immobile ma l’ondeggiare della barca è meno ampio e così è anche meno ampio il vagare della nostra attenzione.

Pregiudizio numero 2

La consapevolezza è rara

Tutti noi, con o senza mindfulness, fin dalla nascita abbiamo la capacità di essere presenti e consapevoli. Non è la consapevolezza ad essere rara. È la continuità della consapevolezza che può essere difficile e rara. Di fatto la consapevolezza è discontinua perchè si basa sulla capacità di attenzione e, come sappiamo ci sono tre diversi tipi di attenzione personale: attenzione selettiva, concentrazione e consapevolezza aperta a cui si aggiunge l’attenzione condivisa che sperimentiamo negli scambi relazionali. Siamo consapevoli quando siamo in grado di passare da uno all’altro di questi diversi tipi di attenzione secondo necessità. L’attenzione è importante perché offre stabilità e profondità alla nostra consapevolezza. Se la nostra attenzione è troppo labile non abbiamo il tempo per diventare consapevoli. Se, all’opposto, siamo troppo concentrati, potremmo perdere l’informazione collaterale e limitare l’ampiezza della nostra consapevolezza. La consapevolezza aperta ci permette di comprendere come funziona la nostra mente.

.

Pregiudizio numero 3

La mindfulness rende distaccati

Molto spesso nella mindfulness facciamo pratiche che hanno come scopo quello di de-fusione, ossia di creare uno spazio tra noi e l’esperienza, per permetterci di esplorarla meglio. Quando siamo troppo identificati con l’esperienza in corso ci dimentichiamo che l’esperienza è un elemento mutevole e in continua trasformazione e che identificarci con uno stato mentale transitorio non è vera consapevolezza ma è confondere una situazione transitoria e trasformarla in un tratto stabile. Un conto è dire “provo rabbia” e un conto è dire “sono sempre arrabbiato” come se la rabbia fosse una parte costitutiva della propria identità. Creare consapevolmente questa distanza permette di avere più libertà di scelta, non significa distaccarsi. Significa guardare con una prospettiva più ampia e collocarsi a quella distanza dall’esperienza in cui possiamo offrire conforto alle nostre parti ferite e spazio alla nostra impulsività reattiva. Significa anche passare da un’attenzione preoccupata ad una attenzione affettuosa.

Laggiù dove lo spirito incontra l’osso

Abbi compassione per tutti quelli che incontri,
anche se non lo vogliono. Ciò che sembra arroganza, cattive maniere o cinismo è sempre un segno
di cose che mai orecchio ha ascoltato
mai occhio ha visto.
Non sai quali guerre si stanno combattendo
Laggiù dove lo spirito incontra l’osso.

©Miller Williams

Perché la mindfulness con me non funziona?

Quando un approccio è molto diffuso accade un fenomeno strano: tutti dovrebbero curarsi con quell’approccio, sennò vuol dire che sono gravi. Potremmo dire che la mindfulness non è un modello terapeutico ma il processo che sta alla base di tutta la psicoterapia: portare consapevolezza è il nostro “core business”. Pretendere che le pratiche di mindfulness vadano bene per tutti è arrogante. Affermare che è necessario interrompere l’evitamento esperenziale per stare bene è, invece, fondamentale. Se per interrompere questo evitamento dell’esperienza usiamo la bioenergetica perché per quel paziente funziona di più entrare nella consapevolezza corporea attraverso il movimento, stiamo comunque facendo riferimento alla consapevolezza come strumento terapeutico anche se non la chiamiamo con questo nome. Quello che delimita il successo o il fallimento terapeutico è la resistenza e non l’adattamento del paziente alla tecnica scelta dal terapeuta.

I sintomi e la resistenza

Quello che crea e mantiene i sintomi è la resistenza ad essi, cioè la tendenza istintiva e spesso pre-verbale, a tenere lontano il disagio contraendo i muscoli, pensando troppo, bevendo troppo, mangiando troppo o lavorando troppo o iper-compensando in qualche altro modo per evitare di sentire la sofferenza e il dolore.

All’inizio questa strategia funziona ma, nel lungo periodo è troppo costoso mantenerla . È qui che interviene la pratica di mindfulness, invitandoci ad avvicinarci proprio all’esperienza che vorremmo evitare. Quello che funziona è il processo che ci invita a “stare nell’esperienza”, indicato dalla freccia verde e non quello che ci porta “lontano dall’esperienza attraverso la rimuginazione, indicato dalla freccia blu.

Avvicinarci

Tutto ciò a cui resistiamo persiste nel tempo. Tutto ciò che sentiamo può essere guarito. Non possiamo guarire quello che non sentiamo e la resistenza si esprime proprio nel tentativo di cercare di non lasciar venire a galla il disagio che abbiamo così acutamente soffocato. Il torpore e l’irrequietezza che sperimentiamo nascono dal movimento di riemersione dei contenuti soffocati. La salute psicologica nel paradigma della consapevolezza è la capacità di essere momento per momento con l’esperienza in corso senza tentare di soffocarla, in una modalità di accettazione profonda, aperta e curiosa. Questo stato mentale ci regala resilienza, autenticità, flessibilità, pazienza, connessione, gentilezza, compassione e saggezza.

La copia di questo contenuto non è consentita

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

Subscribe

* indicates required
Vuoi ricevere
Email Format

Iscrizione Completata con Successo!