Raramente ci accorgiamo di quanto narriamo la nostra vita. Noi viviamo e, dentro di noi, un radiocronista fa la cronaca di ciò che accade. Ci siamo abituati: ci dà consigli, indicazioni, ci suggerisce le risposte intelligenti e le soluzioni rapide.(Il mio ha la voce gracchiante di Nicolò Carosio, storico giornalista sportivo: è grazie a lui se amo lo sport). Il punto però è un altro. È che questo continuo storytelling, che tanto viene magnificato a destra e manca, ha un difetto. Alimenta e a volte costruisce una distanza tra noi e la nostra esperienza.

Il problema infatti non sono i pensieri: il problema è quando i pensieri nascono da questa distanza dalla nostra esperienza, dalla nostra vita. È una distanza che impariamo per ragioni di praticità: ci permette di guardare alle cose con prospettiva, di non essere troppo identificati con quello che accade, di cogliere la coerenza della nostra vita. Di funzionare con il nostro comodissimo pilota automatico. Quella distanza però permette anche il proliferare dell’autocritica, il proliferare dello sfruttamento di se stessi in vista di obiettivi interessanti, la riduzione degli aspetti percettivi.

Permette la perdita di self-compassion e in generale diminuisce la percezione dei sentimenti di tenerezza e riduce l’intimità: sono esperienze infatti che richiedono il contatto. Mentre lo storytelling richiede almeno un po’ di distanza.

Così non si tratta di buttare via il nostro storytelling: si tratta di non farlo diventare l’unico linguaggio della nostra vita. Qualche volta immergiamoci in quello che sentiamo. Diventiamo un biscotto nel caffellatte anziché raccontare la storia del gusto del biscotto inzuppato nel caffellatte.

Qualche volta proviamo ad essere totalmente in quello che facciamo, senza Se e senza Ma. Così, giusto per assaggiare com’è la nostra vita fino all’ultimo sorso. E poi le parole che nasceranno da lì saranno davvero una funzione della coscienza, saranno davvero la voce della consapevolezza.

L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perché è una funzione della coscienza. È la consapevolezza dell’esatta corrispondenza fra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento. Quando le parole sono connesse, o combaciano con le sensazioni, il flusso energetico che ne risulta fa aumentare lo stato di eccitazione della mente e del corpo espandendo la consapevolezza e migliorando la messa a fuoco. Alexander Lowen

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti 2017 Ritiro di primavera: Risolversi a cominciare

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