Visto che siamo nella settimana di Natale è quasi inevitabile misurarsi con la parola “Famiglia”. Anche se abbiamo passato il Natale da soli, ci siamo misurati con questa parola. Tanto che potremmo credere di aver passato il Natale da soli anche se l’abbiamo passato in coppia. Questo vale per l’Italia. All’estero credo che valga di più la distinzione da soli o in compagnia piuttosto che la distinzione da soli o in famiglia. In ogni caso misuriamo in modo strano il senso di solitudine: diventa anch’esso misura di uno standard raggiunto o mancato. Su questo standard valgono anche gli auguri: misuriamo quanti ne abbiamo ricevuti ma, soprattutto, chi è mancato all’appello.

La famiglia è quella degli affetti

La famiglia non è il nucleo tradizionale. Famiglia è il nucleo degli affetti di cui fanno parte anche amici e persone a cui vogliamo bene. Fortunatamente è un nucleo sempre più mobile e sempre meno definito in senso tradizionale altrimenti sarebbe davvero difficile “sentirsi a posto”.

Se devo pensare alla famiglia che vorrei penso sempre alle famiglie dei genitori affidatari. Hanno chiaro, fin da subito, una cosa che a molti genitori naturali sfugge. I figli non sono tuoi. Sono in prestito. Appartengono alla vita e questo dovrebbe valere a doppio senso. Anche i genitori non sono dei figli e non sono tenuti a continuare ad oltranza ad occuparsi della prole. Ad un certo punto anche la genitorialità dovrebbe fare un upgrade e diventare semplicemente amore. Invece nelle famiglie biologiche questo non succede: è tutto molto più incastrato.

Il possesso rovina l’amore

Ho visto ottimi genitori affidatari diventare genitori meno ottimi quando arrivava un figlio naturale. Non me ne so dare spiegazione se non che il senso di possesso rovina l’amore. Che meno possediamo qualcuno e più l’amiamo: questa mi sembra un’ottima definizione di amore che vale per tutte le tipologie di relazione. Anche per le amicizie. Le amicizie si rompono perchè, ad un certo punto, qualcuno fa qualcosa “fuori categoria”, qualcosa che non ci saremmo mai aspettati. Ma se considerassimo che l’amore non è un porto sicuro ma un’emozione saremmo molto più a nostro agio e considereremmo possibile qualsiasi comportamento, con conseguente maggiore capacità di riparare gli errori e di lasciar andare chi non c’è più (a proposito Lasciar andare e non rimuginare continua ad essere uno dei post più letti dell’anno).

Se usciamo dalla logica del possesso – che è figlia del bisogno di sicurezza – possiamo considerare che tutto è possibile in una relazione visto che siamo umani. Meno aspettative e meno ferite per tutti. “Niente di ciò che è umano mi è estraneo” diceva saggiamente Terenzio.

La vita è statistica

La nostra fissazione, anzi ossessione per la sicurezza è un problema. Ci fa dimenticare che tutto, in realtà, è statisticamente vero e statisticamente falso. Anche la medicina. Anche la fisica, l’informatica, anche la psicologia e le scienze sociali. Non so se la matematica può esimersi dalla statistica, di sicuro ha il conforto di un risultato unico. Tutto questo per dire che molte delusioni nascono dalla pretesa di avere certezze. Di tutte le cose che ho sentito dire in questa pandemia, quella che mi fa diventare verde è che la scienza ha dato informazioni contrastanti. Come se la scienza, peraltro tanto messa in dubbio da chi scienziato non è, fosse valida come un dogma, un assioma, una legge divina. Mi dispiace sentirlo dire perché vuol dire che non ci ricordiamo che la scienza progredisce attraverso la crisi dei paradigmi validi fino a che non vengono messi in contraddizione da una mole di dati. La scienza progredisce per crisi e non per certezze. Le certezze le vogliamo noi per non fare i conti con una realtà semplice: viviamo in un universo imprevedibile. Non è la colpa della scienza. Forse è merito della scienza il fatto che ne siamo sempre più consapevoli. Il problema è che la nostra mente non tollera contraddizioni e ambiguità: dobbiamo sempre scegliere una cosa sola. Alla nostra mente la statistica non piace però, giusto per fare un esempio statistico, anche la persona che amiamo di più a volte ci fa arrabbiare e altre volte la troviamo antipatica: è statistico!

Potremmo diventare tutti genitori affidatari

Alla fine credo che se tutti ci considerassimo come genitori affidatari che hanno ben presente che la faccenda potrebbe non durare sarebbe meglio. Saremmo meno soggetti alle delusioni, elimineremmo il senso di possesso dalle relazioni, partiremmo dal considerare l’interrelazione tra le persone e avremmo confini più mobili.

Non solo: se ci considerassimo genitori affidatari saremmo genitori migliori e toglieremmo un’ipoteca. L’ipoteca costituita dal fatto che chi amiamo dovrebbe fare quello che ci aspettiamo. E, vantaggio non secondario, anche noi saremmo più liberi dal senso di colpa.

A proposito, non so cosa pensi di Luciana Littizzetto. Io non ho una passione per lei ma a Natale mi hanno regalato il suo ultimo libro Io mi fido di te. Storia dei miei figli nati dal cuore. È un bel libro: è lei, come al solito esagera in parolacce e digressioni colorite ma dice anche la verità. Essere genitori affidatari è avere figli nati dal cuore. È dal cuore che dovremmo nascere tutti. Così staremmo insieme perché ci vogliamo bene e avremmo pazienza per tutte le volte in cui non ci sopportiamo.

Mammizzandomi ho compreso che la distanza di sicurezza, come stabilisce il codice della strada, è salutare e protettiva anche nei rapporti affettivi. Viaggiamo insieme, io e te, e per lungo tempo percorreremo la stessa strada, ma mantengo un po’ di distanza per non rischiare di andare a sbattere alla prima frenata, perché poi ci facciamo male entrambi. Luciana Littizzetto

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo di mindfulness interpersonale

Training Internazionale in Mindful Parenting con Susan Bögels. 3 – 8 Marzo 2022

 

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