Giovedì 22 Novembre è uscita una nuova edizione de “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo. Sono stata felicissima di curarne l’introduzione e non poteva esserci spunto più adeguato per concludere il ciclo di meditazione e scrittura “Scrivere storie di guarigione” che farlo attraverso la storia delle nostre dipendenze. Zeno Cosini, il personaggio del libro, infatti, lotta tutta la vita con il suo desiderio di smettere di fumare.

Ai ripetuti e fallimentari tentativi di smettere di fumare è dedicato un intero capitolo del romanzo. Ogni tentativo è contraddistinto dalla ricerca di una data significativa a cui legare l’evento. D’altronde quante diete abbiamo iniziato solo di lunedì e mai a metà settimana? Quante volte ci diamo un obiettivo e lo leghiamo a una data significativa per rafforzare il nostro proposito? Come mai facciamo tanta fatica a lasciar andare quello che ci fa male?
Zeno ha ambizioni a cui rinuncia: quella di smettere di fumare, quella di finire l’università. Rinunciare è lasciar affondare i propri sogni e i propri desideri, è il primo passo verso la rassegnazione, più che verso l’accettazione. Zeno è un antieroe perché rinuncia a vincere, ma non a combattere: è un’anima divisa in due. Vuole fare il chimico o l’avvocato? Vuole smettere di fumare o continuare? Ama la moglie o l’amante? Si lascia trasportare dai suoi impulsi e soprattutto si lascia dominare dal piacere della sigaretta, in particolare dal piacere dell’ultima sigaretta.
Cerca di combattere la sua inettitudine, ma alla fine trova sempre delle giustificazioni e realizza solo i progetti per i quali non ha intenzione. Non gestisce la sua azienda, ma salva i conti del cognato. Non sceglie la moglie ma questo si rivela un buon matrimonio. Malgrado viva nel dubbio, la sua vita non è fallimentare, se non quando si dà un proposito definito e un obiettivo preciso da raggiungere perché questi obiettivi non tengono mai conto di tutta la verità, ma solo di uno spicchio: quello ammissibile per la coscienza.

La sua malattia è doppia: il fumo e l’altra malattia, lo sforzo di smettere di fumare, che aggrava la prima di un peso insostenibile. Proprio come succede a tutti noi: non ci basta il dolore delle nostre dipendenze. Lo aggraviamo col senso di fallimento per gli sforzi mal riusciti di liberarcene. La proibizione coltiva e aumenta il desiderio, proprio come coltiva e aumenta la nostra resistenza. Ogni volta che ci poniamo contro un aspetto di noi non faccia- mo altro che polarizzare ed energizzare l’opposto, tanto che Zeno si rivela di successo ogni volta che è casualmente in una situazione.
Tutto quello che è intenzionale sfugge alla sua volontà, perché lo mette in un conflitto tra volere e non volere, potere e non potere. Le proibizioni hanno su Zeno lo stesso effetto che hanno su di noi: rafforzano l’abitudine e aprono un conflitto interiore.

A un certo punto, decidiamo che tutta la nostra sofferenza dipende da qualcosa che tentiamo vanamente di risolvere. Che se fossimo più magri, in una relazione affettiva stabile, con una posizione lavorativa sicura (e l’elenco potrebbe continuare), tutto andrebbe bene. Così ogni sforzo si concentra sul problema-schermo, quello che vela e nasconde la vera difficoltà: fare i conti con la nostra sfaccettata identità fatta di luci e ombre.
Il “nostro problema”, quello a cui diamo la responsabilità della nostra infelicità, è davvero causa della nostra mancata realizzazione? O forse dovremmo accettare il fatto che la vita è la nostra malattia, una malattia che comporta l’accettazione che non è possibile realizzare tutto e che il nostro Io ideale sarà sempre un miraggio che rischia di diventare una persecuzione?

© Nicoletta Cinotti 2022

La coscienza di Zeno, in allegato a “La Stampa” dal 22 Novembre nelle regioni di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, con la mia Introduzione e una ricca serie di esercizi di scrittura in Appendice

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