È Non c’è nulla come la percezione che trasforma il nostro modo di vedere le cose. Non c’è nulla come la percezione che cambia insieme al nostro umore.

Anche se tendiamo a valutare poco questi aspetti, l’umore ha un effetto molto definito sull’apertura del campo percettivo. Le emozioni cosiddette negative restringono il campo percettivo, aumentando la focalizzazione sull’evento negativo, mentre quelle positive la ampliano. Questa affermazione non è solo nata dall’esperienza personale ma è dimostrata anche da ricerche condotte con l’uso della risonanza magnetica funzionale in un gruppo di soggetti ai quali veniva mostrata un’immagine con un volto su uno sfondo. Alcuni soggetti rispondevano attivando solo l’area che risponde ai volti, altri attivando sia quella che risponde alla fisiognomica che quella che risponde ai luoghi. In presenza di emozioni negative o neutre i soggetti con emozioni negative vedevano solo il viso mentre in presenza di emozioni positive vedevano sia i particolari della sfondo che dell’immagine in primo piano.

Aprire le porte della percezione

Questo è vero anche nel caso di deficit connessi ai postumi di un ictus. Pazienti che avevano sviluppato, dopo l’ictus, una lesione nella corteccia parietale destra, con cecità selettiva per le immagini e le parole presenti nel campo visivo sinistro, in presenza di una musica piacevole superavano, temporaneamente, questa cecità selettiva. Possiamo quindi dire che gli affetti positivi aprono le porte della percezione e che questa apertura può essere facilitata da condizioni che possiamo scegliere o produrre.

Questa apertura percettiva ha anche l’effetto di renderci più facile lo stabilire delle connessioni relazionali. Il nostro funzionamento mentale è tipicamente centrato su di noi con una forma di assorbimento in sé che, in alcuni casi, può diventare molto rilevante. Soprattutto se percepiamo una minaccia esterna.

 

 

 

La mente di abbondanza e la mente di povertà

Cos’è che guida la nostra capacità relazionale? Possiamo dire che è una forma di generosità che ci permette di condividere con gli altri ciò che abbiamo . La chiave della generosità sembra che stia proprio nella percezione del bisogno. Perché nell’attimo in cui condividiamo con un’altra persona qualcosa che ci riguarda o che ci appartiene, in senso materiale o immateriale, in quel preciso momento, il rumore del nostro bisogno è attenuato. Attenuato dal piacere di condividere. Essere generosi è l’espressione della nostra mente dell’abbondanza, la percezione che possiamo dare perché ci sentiamo in una situazione di prosperità: è questo che ci rende generosi. Se, invece, la nostra mente di povertà è attiva – la mente che ci fa vedere solo quello che manca – il nostro bisogno, vero o presunto che sia, ci sembrerà sempre più grande del piacere di condividere. E, paradossalmente, potremmo provare comunque difficoltà a dargli risposta: bisognosi e…ahimè, avari.

La cosa interessante è che la generosità ha un doppio ritorno: condividendo nutriamo la percezione di abbondanza e abbassiamo la paura di perdere, di non avere, di non  essere abbastanza. Sembra una magia ma non è così: finiamo per assomigliare a quello che facciamo.

Il vero trucco, se di trucco possiamo parlare, è non scambiare la generosità per lusinga: non possiamo comprare nessuno con la nostra generosità. Né usare la generosità per lustrare la nostra immagine. Sarebbe una visione condizionata e condizionante di noi stessi che ci renderebbe ancora più vittime della mente di povertà. Essere generosi è il movimento che guida la nostra vita e la porta fuori dalla stagnazione. Ci sono infiniti atti di generosità nel nostro corpo: la generosità dell’incessante lavoro del cuore, dei polmoni, della pelle. Basta seguire il loro esempio per restituire alla nostra vita quel fluire di cui abbiamo bisogno per crescere.

Voi date ben poco quando date dei vostri beni. E’ quando date voi stessi che date davvero. Khalil Gibran

Condividere un momento di risonanza positiva

La condivisione di una risonanza positiva porta a percepire l’altro come una parte di un intero più ampio aiutandoci a passare dalla logica del “me”, alla logica del “noi”, includendo nel proprio cerchio di cura un più ampio numero di persone. L’atteggiamento di cura e attenzione nei confronti degli altri è uno degli elementi basilari degli affetti positivi e lascia una maggiore apertura anche nei contatti successivi .

Le ricerche dimostrano come, imparando a coltivare micro – momenti quotidiani di risonanza positiva, le relazioni con gli altri possono diventare più leggere e gradevoli. Messa in parole semplici l’amore cambia la mente e anche il nostro umore.

Il movimento dell’affetto

Se sappiamo con certezza come gli affetti positivi producano un cambiamento a livello delle risposte cerebrali e mediate dai neuotrasmettitori, adesso sappiamo, grazie alle ricerche sul movimento condotte da Melissa Gross del PEP Laboratory diretto da Barbara Fredrickson, che producono anche un’apertura nel torace e una espansione della cassa toracica nell’area cardiaca. Un gesto non-verbale sottile che invita l’altro alla connessione e all’apertura. Questa apertura si verifica anche nell’espressione del viso, nell’apertura dei muscoli orbicolari della bocca e nel rilassamento dei muscoli delle guance. Ogni emozione positiva ci apre al sorriso e ad una posizione del corpo più comunicativa e aperta.

L’amore e, in generale, gli affetti positivi sono contraddistinti da quattro elementi non verbali:

1) il sorriso reciproco;
2) gesti di apertura delle mani rivolti all’altro;
3) protendersi fisicamente verso l’altro;
4) movimenti di annuizione con la testa.

A questi movimenti si aggiungono la capacità di sincronia dei gesti, dei movimenti e delle motivazioni. Quello che è interessante è che l’affetto reciproco inizia non tanto dalle emozioni quanto dal movimento. Questi segnali non verbali sono predittivi del futuro sviluppo relazionale. Maggiori sono gli elementi di sincronicità motoria, maggiori sono le possibilità che la relazione prenda forma e radicamento.

 

Diventare resilienti allo stress in buona compagnia

Le difese che costruiamo per proteggerci dallo stress nei momenti difficili hanno un costo: proteggendoci, ci separano sia dalle esperienze positive che da quelle negative. Questo accade perché sono basate su un sistema che limita l’accesso del mondo esterno e quindi riduce la nostra possibilità di stabilire delle connessioni diminuendo così la possibilità di sperimentare affetti positivi che, come abbiamo visto, hanno un ruolo centrale anche nella salute fisica.

Studiando i comportamenti delle persone maggiormente resilienti allo stress è stato osservato che una delle loro caratteristiche di base è essere emotivamente agili, ossia non stabilizzarsi negli affetti negativi, rimanendo sintonizzati con le variazioni dell’esperienza in modo da continuare a cogliere gli aspetti positivi e non farsi invadere dagli elementi negativi. Questa agilità emotiva è il frutto di una “dieta” a base di emozioni positive che gli permette di apprezzare maggiormente gli aspetti di apertura. Le persone resilienti sono più fiduciose, più grate degli aspetti positivi, più eccitate dalle sfide che la situazione comporta.

La resilienza non è comunque un fenomeno personale ma collettivo perchè è aumentata dalla possibilità di sperimentare connessione e risonanza positiva. Ci sono famiglie e gruppi sociali che sono maggiormente in grado di affrontare le inevitabili difficoltà e questo dipende proprio dalla quantità di micro-momenti di risonanza positiva che vengono sperimentati. Questa qualità di condivisione permette di rispecchiare meno gli affetti negativi e offre una maggiore capacità di slittamento verso le qualità positive anche in situazioni di difficoltà.

Cambiare il panorama

Ma cosa fare quando un evento cambia il panorama interno facendoci precipitare nello s-conforto? Come recuperare la nostra resilienza attraverso lo spostamento verso le emozioni positive? In psicologia parliamo spesso di un costrutto – che temiamo molto tutti – che si chiama impotenza appresa. Spiegarla in due parole è piuttosto semplice: se più e più volte ci è andato male qualcosa, impariamo che, su quell’argomento, siamo impotenti.

L’impotenza appresa e l’evitamento del dolore

Capita spesso che i bambini al primo compleanno spengano la candelina toccando la fiammella: imparano presto che non è una buona idea! Che differenza c’è tra questo apprendimento e l’impotenza appresa? Da un certo punto di vista nessuna differenza: imparano dall’esperienza ed evitano di farsi male di nuovo. Ed evitare di farsi male di nuovo è un comportamento che protegge la nostra sopravvivenza. Da un’altro punto di vista la differenza è sostanziale. Il fuoco brucia sempre. Quindi la generalizzazione è corretta: ogni volta che vedi una fiamma sai che quella cosa brucia e che bruciano anche gli oggetti che sono stati vicini a quella fiamma come le pentole che sono state sul fuoco. Quando evitiamo relazioni o situazioni in cui temiamo di farci male facciamo la stessa generalizzazione. La relazione mi ha fatto male e quindi tutte le relazioni fanno male. Solo che le persone non sono tutte uguali come il fuoco. Ogni persona è diversa e ogni situazione è diversa. Quella generalizzazione – che sembra proteggerci – in realtà ci chiude delle possibilità. tante possibilità.

 

Cosa ci raccontiamo quando siamo impotenti

Per evitare una situazione che sentiamo pericolosa usiamo due piccole e semplici parole che mettono in allarme il corpo: “Pericolo” e “Stai attento”.  Corpo e mente si parlano con parole semplici, essenziali: non frasi ma ingiunzioni che funzionano sotto traccia. Senza che ne siamo consapevoli …fino a che non ne diventiamo consapevoli. C’è un modo per diventarne consapevoli?

Sì, c’è un modo che si chiama noting o notazione . Che cos’è? La nostra mente comunica con il corpo attraverso le parole, mentre il corpo comunica con la mente attraverso la contrazione o il collasso muscolare. La notazione quindi non è altro che dare nome a quello che succede. Non raccontare quello che succede ma semplicemente riconoscerlo e nominarlo (Pratica con la registrazione del primo incontro dedicata alla Consapevolezza del corpo).  Nominiamo la nostra esperienza interna a partire da una semplice parola. Può essere una parola che definisce l’emozione oppure una parola che definisce la sensazione fisica: nessun dialogo con i pensieri. Siamo zen: se abbiamo paura ripetiamo mentalmente “provo paura” oppure ” sento tensione alle spalle” e poi ancoriamo l’attenzione al respiro o ai suoni

Possiamo usare la notazione anche in modo attivo. Quando ci rendiamo conto che stiamo per partire in difensiva ripetiamo mentalmente “permettere” o/e “lasciar andare” in modo da stare nell’esperienza in corso. Perché la pratica di mindfulness è semplicemente questo: stare nell’esperienza in corso fino al punto in cui l’intimità con quello che accade conduce al rilassamento. Questo è l’amore che sorge durante la pratica. Non è un amore condizionato al fatto che le cose sono andate bene o che noi stiamo bene. E la sensazioni di poter stare proprio dove siamo che apre le porte di un amore non condizionato dalle circostanze. Un amore che cambia il panorama della mente.

© Nicoletta Cinotti 2022

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