Ogni tanto faccio degli errori. Mi colpisce sempre la sensazione di catastrofe che provo di fronte a questi errori. Mi sento inguaribilmente pasticciona, senza speranza di remissione finale della mia anima goffa: rimarrà a farmi compagnia tutta la vita.

Conosco bene la sensazione che provo: è senso di colpa. Magari ho guardato e riguardato eppure mi sfugge sempre qualcosa. Siccome potrei rimanere nel ristagno a lungo ad un certo punto decido di buttarmi: spesso va bene. Qualche volta no. Mailchimp mi è testimone (una automazione per mandare mail come quella che stai ricevendo adesso).

Conosco quanto il senso di colpa può andare a fondo. La leggerezza non appartiene al mio senso di colpa. Lui preferisce gli affondi. Ho trovato però la mia personale strategia di consolazione. Distinguere. Se il senso di colpa riguarda una relazione posso portare la mia rinnovata attenzione a quella relazione e vedere come riparare. Riparare è possibile e comunque vale la pena tentare. Se il senso di colpa riguarda la mia immagine, la vergogna per aver sbagliato, allora faccio un’altra cosa: lascio che assottigli il mio senso dell’Io. La mia grandiosità che ne esce spuntata. Non fa male spuntare il proprio Io: ci rende più umani e simpatici.

Perché il senso di colpa, come qualsiasi altra emozione, non è sbagliato. A volte può essere appropriatissimo ma nasce come emozione relazionale. Quando la applichiamo a noi stessi – ed è purtroppo la maggioranza delle volte – lo facciamo per scopi narcisistici. Vorremmo diventare perfetti e ci ferisce l’aver fatto un passo falso. Dovremmo ringraziare quel passo falso che restituisce umanità al nostro percorso.

Elsa, una delle persone di cui parlo nel mio libro, era ammalata di senso di colpa. Non nei confronti degli altri ma nei confronti di sé stessa. Perché del senso di colpa nei confronti di sé stessi ci si può ammalare: si chiama depressione perfezionistica. ossia siamo depressi ogni volta che scopriamo la distanza tra noi e la perfezione. peccato che quella distanza sia la misura della nostra – comune – umanità.

La voce che ci parla dentro in molti momenti della vita è forte, anche se non produce un suono udibile. È una voce che nasce per darci indicazioni, a volte benevole a volte no. In bene o in male quella voce dà struttura alla nostra mente e se lasciamo che agisca indisturbata sarà lei a scrivere la storia della nostra vita. Nicoletta Cinotti

Pratica di mindfulness. Centering meditation

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente per imparare a volersi bene

Scrivere la mente: imparare a volersi bene

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