Spesso mi viene rivolta questa domanda: faccio psicoterapia o basta la meditazione? Oppure basta meditare o devo anche fare psicoterapia? È una domanda tutt’altro che banale sulla quale interrogarsi. Rispondo con le parole di un illustre maestro di meditazione che, dopo essere diventato maestro di meditazione, è tornato all’università e ha preso una laurea in psicologia: Jack Kornfield (Il brano è tratto dal suo libro “La vita serena”). Lasciamo a lui la parola.

  • Per la gran parte delle persone la pratica della meditazione non «risolve tutto». Al più rappresenta una componente importante di un percorso complesso di apertura e risveglio. Io ero convinto che la meditazione conducesse a verità più elevate e più universali, e che la psicologia, la personalità e i nostri «piccoli drammi» fossero un ambito separato e collocato più in basso. Mi piacerebbe che fosse così, ma l’esperienza e la natura nondualistica della realtà non lo confermano. Se vogliamo porre fine alla sofferenza e trovare la libertà non possiamo mantenere separati questi due livelli della nostra vita.
  • Molti compartimenti della nostra mente e del nostro corpo non sono completamente permeabili alla consapevolezza. La consapevolezza che investe un dato aspetto non si trasferisce automaticamente all’altro aspetto, specie quando le nostre paure e le nostre ferite sono profonde. Così troviamo atleti olimpionici che conoscono benissimo il loro corpo ma da un punto di vista emotivo sono dei veri e propri sciocchi, e professori brillanti dotati di menti straordinarie che hanno con il corpo un rapporto grossolano e non consapevole. La stessa cosa vale per la vita spirituale, per gli insegnanti non meno che per gli studenti: di frequente troviamo persone dedite alla meditazione che hanno una profonda consapevolezza della respirazione o del corpo ma sono quasi del tutto inconsapevoli nel campo dei sentimenti, e altri che comprendono bene le cose della mente ma non hanno un rapporto saggio con il loro corpo.
  • Questo non vuol dire rimanere invischiati nelle nostre storie personali, come molti temono, ma imparare ad affrontarle, così da poterci liberare efficacemente dai «blocchi» del nostro passato, ingombranti e dolorosi. Questo lavoro di guarigione spesso si rivela più efficace all’interno di un percorso terapeutico con un’altra persona.
  • La meditazione e la pratica spirituale possono facilmente essere usate per reprimere ed evitare sentimenti o per eludere aree problematiche della nostra vita. Non è facile entrare in contatto con il dolore. Molte persone oppongono resistenza alle radici personali e psicologiche della sofferenza; fare davvero esperienza del nostro corpo, delle nostre storie personali e dei nostri limiti è molto doloroso. Ancora più duro che affrontare la sofferenza universale che affiora durante la meditazione. Abbiamo paura del nostro lato personale e delle sofferenze che si porta dietro perché non abbiamo imparato che questo può essere di grande aiuto nella pratica e può aprire il nostro cuore. Dobbiamo dirigere lo sguardo sulla nostra vita nel suo complesso e domandarci: «In quali aspetti sono risvegliato e che cosa sto invece evitando di affrontare? Uso la mia pratica per nascondermi? In quali ambiti sono consapevole e dove sono spaventato, intrappolato o non libero? (grassetto del curatore)
  • Freud ha detto che il suo scopo era aiutare le persone ad amare e a lavorare bene. Se non riusciamo ad amare bene e a svolgere un lavoro pregno di significato su questa Terra, allora a cosa serve la nostra pratica? In questi ambiti la meditazione può essere d’aiuto. Ma se, dopo un certo periodo di tempo trascorso dedicandovi alla pratica, vi rendete conto che c’è ancora del lavoro da fare nella vostra sfera personale trovatevi un buon terapeuta o qualche altro tipo di sostegno per affrontare in maniera efficace queste questioni.
  • Questo significa forse che dovremmo barattare la meditazione con la psicoterapia? Niente affatto. Neppure la psicoterapia è una soluzione. La soluzione è la consapevolezza! E la consapevolezza si sviluppa in spirali. Se si è in cerca della libertà, quello che posso affermare con sicurezza è che la pratica spirituale si sviluppa sempre secondo dei cicli. Ci sono momenti rivolti all’interno in cui è necessario il silenzio, seguiti da momenti proiettati all’esterno in cui si vivono e si integrano i conseguimenti ottenuti nel silenzio;così come ci sono momenti in cui si riceve sostegno da una relazione profonda e terapeutica con un’altra persona. Si tratta di fasi tutte ugualmente importanti della pratica. ©Jack Korniflied

Mindfulness e self-compassion tra psico-educazione e clinica

 

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