Da qualche tempo sono diventata un’appassionata Audible. La mia tendenza a rileggere più volte i libri che amo ha trovato una nuova possibilità: lo leggo e poi l’ascolto, magari più volte, mentre cammino (ho guadagnato da subito il badge di Maratoneta!). Ma l’altro giorno è successo qualcosa di assolutamente imprevisto. Ascoltavo Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone e quando la sua voce ha letto questa frase, “Padre conserva per me i crackers e le salviette profumate che gli danno a bordo degli aerei. Così sai che ti penso sempre. Così voli con me. Qui si fondano odore e sapore di ogni volo futuro. L’amore è vero e senza lontananza“, un improvviso singulto mi ha mosso dal diaframma fino agli occhi che, in un attimo, si sono riempiti di lacrime.

Ero in pieno centro, nella strada dei negozi e non avrei potuto fare niente di più fuori luogo. In quel momento io ero in un altro luogo, un luogo dell’infanzia che avevo assolutamente dimenticato.

L’inconsapevolezza

Non mi sono mai permessa di sentire quanta fatica ci fosse per me nel silenzio di mio padre, nel silenzio di mio marito, nel silenzio di mio figlio. Sto di fronte al loro silenzio ubbidiente, aspetto e nel frattempo vivo. Quella voce però è saltata dentro, dalle orecchie al cuore ed è arrivata al diaframma. Ha smosso l’inconsapevole e disciplinata attesa e mi ha permesso di voltare pagina. Sono passata dall’inconsapevolezza del peso alla sensazione fisica di cosa quel peso comportasse per me. L’inconsapevolezza è così, ottunde, rende soffice e opaco, bianco lattuginoso il dolore. Ti permette di viverci accanto e non sentirlo e questo sembra una grandissima fortuna. La vera sfortuna però è che ti lascia anche dentro a quel dolore, in modo muto permetti che tutto continui senza spostare niente. Così quando mio padre affermava con orgoglio spinoso che tra noi non c’era bisogno di parole, rimanevo silenziosa e obbediente alla sua illusione. Io avevo bisogno di parole, semplicemente lo accontentavo. Accondiscendenza di una figlia apparentemente ribelle, forza silenziosa dell’inconsapevolezza che ci lascia paralizzati e sempre sullo stesso binario ad aspettare il treno sbagliato.

Troppo tardi

L’inconsapevolezza lascia la sensazione che quando si diventa consapevoli sia troppo tardi e che abbia valore essere consapevoli solo se si è in grado di cambiare le cose in modo radicale. Come se la consapevolezza avesse valore solo quando c’è azione e l’inconsapevolezza avesse valore in tutti gli altri momenti perché fa da analgesico. Giuro che non è vero. La consapevolezza restituisce alla propria vita il tempo vissuto mentre l’inconsapevolezza ha il costo di non farti vivere. Arrivi alla fine della vita in un attimo e ti svegli solo quando devi andartene. Tutto questo per paura del dolore. Ma se la consapevolezza è libera dall’azione che cosa le dà forza? era una domanda che mi girava dentro da tempo. Sapevo che la consapevolezza trasforma, che ha energia ma come spiegare il mistero che la rende così potente? Quel mistero si svela nelle parole, quelle parole che descrivono – precise e puntuali, nella giusta misura – l’esperienza vissuta.

Le parole, la notazione come si dice in termine tecnico, liberano l’anima che rimane imprigionata nell’inconsapevolezza, le restituiscono la pienezza di ciò che ha vissuto, senza vergogna alcuna perché nell’esatto momento in cui nominiamo proviamo tutto quello che c’è da provare. La parola trasforma il blocco in movimento e restituisce l’energia che ci è stata sottratta dall’inconsapevolezza.

Continuando a camminare

Continuando a camminare nella strada del centro mi sono fermata davanti a una vetrina, lucida, trasparente, allettante. Potevo sentirmi e, nello stesso tempo, guardarmi in quello specchio arricchita dalle sagome degli oggetti esposti. Per un attimo sembrava che anch’io fossi un oggetto esposto. Poi sono tornata viva. Ho capito qual era la differenza sfuggente tra me e gli altri bambini, una differenza che provavo quando ero piccola e che mi lasciava sempre un po’ in disparte. Gli altri bambini erano più vivi perché non avevano così bisogno di nascondersi nel rifugio dell’inconsapevolezza. Adesso posso tornare viva anch’io. Non ho più paura del dolore. O, forse, ho più paura dell’inconsapevolezza che del dolore.

Mettere insieme i cocci

L’inconsapevolezza rende i cocci della nostra vita elementi separati e distanti tra di loro, persi e privi del significato dell’evento originario, quello che ha provocato la rottura. Lo spazio tra un pezzo e l’altro è una distanza incolmabile ma quando ci permettiamo di stare nel pezzo rotto, magicamente, l’insieme si ricostruisce. È come l’arto fantasma. Possiamo amputare un arto ma l’immagine di quell’unità percepita rimane sempre dentro di noi. Nel nostro Sè non ci sono fratture e da lì possiamo guardare ai nostri cocci e restituire la primitiva unità. Possiamo guardare alla nostra vita, ai nostri dolori, alla nostra gioia da quel luogo in cui ogni cosa è illuminata dalla nostra luce.

© Nicoletta Cinotti 2021

Reparenting ourselves. Ritiro dal vivo e home retreat

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