Quando guardiamo dentro di noi, alle diverse parti che compongono la nostra famiglia interiore, possono verificarsi sorprese epifaniche. Potremmo accorgerci che c’è una parte di noi che abbiamo sempre trascurato e maltrattato, potremmo accorgerci che quello che credevamo giusto è, invece, ingiusto. Potremmo far fatica ad avvicinarci o scoprire di essere, invece, troppo vicini e quasi identificati con la nostra sofferenza e vulnerabilità.

In ogni caso guardiamo tutto questo da un punto di osservazione, da un prospettiva. Le prospettive sono molte ma finiamo per identificarci con una prospettiva e abbandonare tutte le altre.

La prospettiva con la quale di solito ci identifichiamo è quella dello psicologo interno. Ci fidiamo di lui perché ha studiato bene la situazione, conosce un sacco di cose e ha sempre la risposta giusta. Attenzione però che lo psicologo interno è il travestimento preferito della nostra resistenza. Quella che crede che, malgrado tutto, la nostra vita attutale sia la migliore possibile. Quella che considera una minaccia qualsiasi cambiamento dell’ordine costituito. La nostra resistenza non è democratica: è presuntuosa e convinta di saper meglio di tutti gli altri come stanno le cose. Di sicuro meglio di chi dovrebbe curarci.Così mi succede sempre più spesso che le persone arrivino da me con diagnosi e cura già pronta che io dovrei limitarmi ad eseguire. Insomma il nostro psicologo interno la laurea ce l’ha honoris causa mentre lo psicologo che abbiamo di fronte, e che la laurea l’ha presa davvero, non capisce nulla. Ad essere sincera credo che anche molti medici si trovino nella stessa situazione: pazienti che arrivano con la diagnosi e la terapia che, a loro dire, dovrebbero solo limitarsi a prescrivere.

In tutto questo c’è un rischio, non da poco: è il rischio della perdita della prospettiva. Tendiamo sempre a vedere le cose da un solo punto di vista e questo non ci aiuta affatto. Tendiamo a vedere le cose sempre e solo dal punto di vista dominante che spesso è il punto di vista della resistenza al cambiamento, il punto di vista del pilota automatico. Pratichiamo mindfulness per scollarsi di dosso questa identificazione. Pratichiamo mindfulness per ricordarci che ogni momento, esattamente ogni momento, è la porta d’ingresso di infinite possibilità Più stiamo in questa consapevolezza più saremo liberi dal nostro passato opprimente. Il futuro è determinato solo nella nostra convinzione. Più la nostra convinzione è rigida più il nostro futuro è determinato. Più riconosciamo la bellezza dell’incertezza più apriamo un mondo di nuove possibilità.

Il processo della riflessione ha tre fasi: il riconoscimento che significa penetrare nel proprio vissuto. L’ammissione dei propri film, che significa riconoscere i propri meccanismi di difesa e la rivoluzione, quando riusciamo a cambiare il significato della nostra esperienza. Brenè Brown

Pratica di mindfulness: La consapevolezza aperta

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves  Photo by Edurne Chopeitia on Unsplash

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