Ho comprato un paio di scarpe nuove per la corsa in montagna e ieri le ho provate. Mi sembrava di volare su quella comoda suola. O meglio, mi sembrava che le scarpe alzassero direttamente il piede, facendomi andare leggera e veloce.

È durato qualche chilometro.

Poi le scarpe sono rimaste comode ma io sono tornata alla mia andatura e al ginocchio sinistro che mi dice qualcosa, anche se non ho ancora capito cosa voglia dirmi. Quella sensazione iniziale però è stata bellissima: per un po’ mi ha dato nuovamente freschezza e leggerezza. Forse la sensazione di gioventù.

Quello che mi ha fatto andare avanti e finire il percorso che mi ero data non sono state le scarpe. È stata la mia cara vecchia perseveranza. Quella che non si ferma davanti alla fatica. Per me spesso le cose funzionano così: l’inizio è bellissimo, leggero e fresco. Poi continuo perchè mi sostiene la perseveranza, che mi ricorda che c’è un piacere che nasce dall’aver finito il compito. È un piacere diverso dall’entusiasmo iniziale. È una soddisfazione tenera, da vulnerabili. In quel momento lì sei soddisfatto, non sei vincente. Sei intimamente contento di te stesso ma senti che la fatica c’è stata e che sei stato costretto a dialogare con quella fatica per poter andare avanti. Con quella fatica e con il senso del limite.

Ieri ho anche finito di leggere L’arte di correre di Murakami. L’ho amato tantissimo e ho pensato che, in fondo, siamo tutti maratoneti. Tutti noi che abbiamo la fortuna di invecchiare lo siamo. Partiamo con le forze dell’inizio e poi, man mano che la corsa va avanti facciamo i conti con i limiti, la stanchezza e qualche acciacco. Qualche volta diventiamo anche ultramaratoneti. E per arrivare alla fine della gara abbiamo bisogno di saper dosare le nostre forze. Prima potevo andare a correre senza pensarci. Adesso scelgo quando e come. E preferisco le corse in montagna perché il bosco mi consola sempre quando sono stanca. Mi dà frescura e il senso dell’arrivo a destinazione è un premio: la vetta, il rifugio. In montagna si perde con dignità. E poi c’è sempre la discesa, che amo (forse è lì che il ginocchio protesta probabilmente)!

Mick Jagger, una volta che gli chiesero se a quarantacinque anni avrebbe ancora cantato Satisfaction, dichiarò che preferiva cento volte morire. Ora ha superato i sessanta (75 adesso) e continua imperterrito a cantare Satisfaction. C’è gente che ne ride. Io no. Mick Jagger quando era giovane non poteva immaginare se stesso trent’anni dopo (…) Per me – e probabilmente non soltanto per me – invecchiare è un’esperienza nuova e anche il sentimento che provo è una novità. Murakami Haruki

Pratica di mindfulness: Meditazione camminata, nell’articolo che raccoglie le pratiche estiva da fare all’aperto

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio. Short edition

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