Il tema della rabbia e della sua regolazione è uno dei punti centrali della pratica della mindfulness. La rabbia, dal punto di vista della mindfulness rientra nell’area delle reazioni avversative che caratterizza sia la rabbia che la paura, due sentimenti che spesso sono collegate tra di loro e che alimentano le risposte su base ansiosa.

Se è inevitabile che emergano questi sentimenti, non è inevitabile che la nostra risposta venga agita impulsivamente e questo vale sia per la paura che per la rabbia. La rabbia, in particolare è una emozione che innesca circoli distruttivi soprattutto dal punto di vista relazionale. Quando esprimiamo la rabbia infatti perdiamo molto spesso il senso dell’altro perché siamo occupati, e a volte travolti, da questo sentimento che ci porta oltre i nostri confini. Nello stesso tempo, come abbiamo visto nella pagina dedicata alla rabbia, spesso le ragioni che attivano una risposta rabbiosa, vengono percepite come istanze imprescindibili per la nostra difesa personale. Ci sentiamo attaccati e se non siamo consapevoli delle ragioni per cui sentiamo questo sentimento, siamo portati, organismicamente, a reagire.

Il lavoro sulla rabbia richiede quindi alcuni passaggi fondamentali:
1) Ampliare la consapevolezza sulle ragioni che attivano la risposta aggressiva;
2)Sciogliere le tensioni e i blocchi che mantengono attive le nostre modalità automatiche di risposta, attraverso il lavoro corporeo;
3) Maturare un bagaglio di risposte comportamentali diverse.

Quest’ultimo punto in particolare è il tema più specifico del lavoro di mindfulness sulla rabbia. Il processo di meditazione infatti aumenta la consapevolezza e attiva una maggiore capacità riflessiva ma poi è necessario avere degli strumenti anche pratici per gestire le situazioni che ci scatenano la reazione.

Prendersi cura

compassione e curaQuando ci arrabbiamo la tendenza è quella di attaccare chi percepiamo come causa esterna ma questo spesso ci fa dimenticare di prendersi cura della nostra ferita, ci fa disattendere un atteggiamento di compassione verso noi stessi, per sostituirlo con una posizione difensiva. In realtà il primo punto è proprio tornare a noi stessi: se la nostra casa brucia, la prima cosa che dobbiamo fare è spegnere l’incendio e solo dopo occuparci di chi ha appiccato l’incendio. La rabbia ci rende bambini feriti e la prima cosa è proprio consolare il nostro “bambino ferito” con quelle parole che solo noi possiamo trovare. Fermiamoci ed entriamo nel nostro incendio e proviamo ad abbracciare noi stessi come faremmo con un bambino ferito, dedichiamo a noi stessi quella cura, comprensione e compassione di cui abbiamo bisogno. Dopo, anche la nostra posizione rispetto all’interlocutore potrebbe essere diversa. Possiamo approfondire questo lavoro scrivendo una lettera a noi stessi, con lo scopo di dare riconoscimento alla sofferenza e non spazio alla punizione.

Osservare in profondità

I sentimenti, quando compaiono nel nostro paesaggio interiore, sono come semi non ancora maturi. Osservare in profondità che cosa succede ci permette di farli maturare e crescere. L’idea è che la causa principale della nostra rabbia non sta tanto in ciò che è avvenuto ma in come noi diamo significato a ciò che è avvenuto. E’ questo ciò che genera sofferenza e quando non sappiamo trattare la nostra sofferenza lasciamo, inevitabilmente, che questa si diffonda attorno a noi.
Se quando siamo arrabbiati non sappiamo gestire la nostra rabbia è inevitabile che cerchiamo una forma di regolazione interattiva, spargendo in giro lo stesso seme, con la speranza che qualcuno possa fermare il ciclo della rabbia e comprenderci.

Fermare il ciclo della rabbia

compassioneMolto spesso il nostro modo di trattare le emozioni, e la rabbia in particolare, è appreso. Ci arrabbiamo come qualcuno di significativo – nostro padre e/o nostra madre – e ripetiamo a ruoli invertiti la situazione vittima/carnefice. Questa identificazione con l’aggressore è una reazione difensiva che quasi inevitabilmente si verifica per proteggerci dalle conseguenze della rabbia altrui. Da bambini non possiamo che difenderci dalla rabbia dei nostri genitori o degli adulti con cui abbiamo a che fare, e lo facciamo lasciando che una parte di noi si identifichi con quella modalità di risposta allo stress e alla frustrazione.
Con la mindfulness possiamo interrompere questo ciclo e finalmente liberarci dal nostro desiderio di vendetta. Un desiderio che punisce noi per primi.

Prendersi cura dell’altro

Questa interruzione del ciclo della rabbia può arrivare a farci prendere cura anche della sofferenza dell’altro. Possiamo farlo comunicando con affetto quello che stiamo cercando di fare, il nostro sentimento di rabbia e il nostro desiderio di non agirlo. Nel farlo possiamo chiedere aiuto al nostro interlocutore: possiamo dirgli quanto valore ha per noi la relazione con lui, ricordargli che valore ha la sua comunicazione e ogni volta che la rabbia torna a fare capolino possiamo fermarci, respirare consapevolmente e riprendere a parlare solo quando siamo di nuovo padroni delle nostre emozioni.

Se vogliamo prepararci a questa difficile fase di elaborazione della rabbia possiamo farlo attraverso la pratica di Metta. Perché la felicità, come dice Thich Nhat Hanh, non è una questione individuale.

A cura di © Nicoletta Cinotti

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