La parola mindfulness sta incontrando molta popolarità, anche fuori dall’area in cui nasce, ossia nelle tradizioni contemplative e meditative buddiste. Mindfulness è la traduzione, in inglese, di sati, che in lingua pali significa presenza mentale o consapevolezza.

L’attuale diffusione si deve a tanti fattori: un ruolo senz’altro dominante l’ha avuto il lavoro di Jon Kabat Zinn e dei suoi collaboratori che, sul finire degli anni ’70, misero insieme un protocollo di pratiche di consapevolezza rivolto inizialmente ai pazienti cronici e terminali dell’ospedale dell’università del Massachusetts, una delle facoltà dell’eccellenza medica americana. Un protocollo – il termine medico protocollo deriva proprio dal luogo in cui è nato –  basato sulle pratiche di consapevolezza mindfulness e derivate dal Satipattana Sutta ovvero i fondamenti della consapevolezza della tradizione buddista.

L’intenzione – davvero rivoluzionaria – di Jon Kabat Zinn era di strutturare un modello che potesse dimostrare, in modo coerente, l’efficacia di questo approccio alla consapevolezza. Anche lui meditante zen e vipassana, strutturò un preciso programma basato – implicitamente – sui fondamenti della consapevolezza del Satipattana Sutta. Di breve durata – 8 settimane con 9 incontri – l’intenzione era offrire una stessa qualità di esperienza a diversi gruppi di persone al fine di valutarne l’efficacia sia rispetto alla salute fisica che emotiva.

Nasce il protocollo MBSR

È così che nasce il protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) un protocollo per la riduzione dello stress che ormai ha raggiunto una diffusione internazionale assolutamente sorprendente e una grande mole di ricerche scientifiche che ne dimostrano l’efficacia sia come terapia complementare in medicina che come strumento di regolazione emotiva e cognitiva per adulti e bambini.

Le persone non arrivano al protocollo per “imparare a meditare” – anche se questo può succedere – ma per trovare sollievo dalla sofferenza della vita quotidiana, sollievo dalle richieste perfezionistiche che ci allontanano da noi stessi e dagli altri.

Si rivolgono al protocollo perchè hanno sperimentato i limiti della medicina tradizionale e, a volte, perchè hanno sperimentato i limiti della psicoterapia tradizionale. Vengono perchè comprendono che le difficoltà che incontrano richiedono un aiuto che non può venire sempre e solo dall’esterno ma che c’è una sofferenza di cui dobbiamo farci carico in prima persona: una sofferenza che aspetta la nostra attenzione.

Una sofferenza che aspetta la nostra attenzione

Jon Kabat Zinn chiama stress questa sofferenza ma, usando il linguaggio della tradizione vipassana, potremmo chiamarla dukkha. Dukkha – anche questo è un termine pali – si riferisce ad una condizione di sofferenza non specifica ma difficile da sopportare. Una sofferenza che, peraltro, è parte ineliminabile della vita.

Anche lo stress non è eliminabile e non è specifico, ogni cosa può diventare stressante: sposarsi è stressante, divorziare è stressante. Avere successo è stressante, non avere successo è stressante. Stress diventa quindi un gigantesco ombrello che racchiude le difficoltà che incontriamo al di là della bontà teorica della situazione che viviamo.

Nel protocollo MBSR si affronta quella che Jon Kabat Zinn chiama ironicamente “la catastrofe della nostra vita”. Contemporaneamente si entra in quello che è uno dei passaggi chiave del Dharma: riconoscere che la vita è sofferenza e che non possiamo rendere la nostra vita degna di essere vissuta a partire dalla condizione – irrealizzabile – che tutto vada sempre bene. Entriamo in questo “american dharma” con la convinzione di aver bisogno di strumenti che ci aiutino ad affrontare lo stress – degli eventi positivi come di quelli negativi – e a sciogliere le illusioni che lo alimentano.

Il problema non è lo stress ma la risposta allo stress

Quello che sottolinea il protocollo – così come la pratica del Dharma – è che il problema non è lo stress ma come rispondiamo allo stress. L’invito del protocollo MBSR – e di tutti i protocolli basati sulla mindfulness che da questo sono derivati – è ad andare oltre: c’è un modo per comprendere la nostra sofferenza e attraversarla che non è la comprensione intellettuale. C’è una saggezza, una diversa possibilità di affrontare le difficoltà che nasce dall’immergersi nell’esperienza, anziché evitarla o combatterla. C’è qualcosa che può liberarci dalla prigione che abbiamo costruito e la chiave ci appartiene: sta a noi scegliere di usarla. Non con la forza ma con virtù dimenticate come la compassione, la gentilezza, la pazienza, la capacità di lasciar andare e di essere contemporaneamente presenti. Capacità che sono con noi fin dalla nascita ma che abbiamo lasciato impolverare e seppellire da altre capacità come l’impegno ad oltranza, la competitività, il perfezionismo, il mito che la felicità nasca solo dal successo.

American Dharma ovvero la forza delle etichette

Jon Kabat Zinn è stato molto attento, soprattutto nei primi 15 anni, ad evitare qualsiasi associazione tra il protocollo MBSR e la pratica buddista. Come mai? La prima e più ovvia ragione è la forza delle etichette. Messa una etichetta sopra un’esperienza ci sentiamo autorizzati a fare o a non fare quella esperienza solo sulla base dell’etichetta. Era chiaro che mettere l’etichetta buddismo sulla mindfulness significava farla scegliere – o rifiutare – senza farla sperimentare. Significava deciderne la validità e l’efficacia sulla base di una posizione di principio. Era fondamentale che l’associazione con il dharma fosse totalmente implicita per permettere a tutti di farne esperienza e di valutarne direttamente l’efficacia con il sostegno dei dati di ricerca. E così è stato: le ragioni per cui è stato scelto da centinaia di migliaia di persone nel mondo sono ragioni personali. In modo diretto hanno potuto sperimentarne la qualità e confermare, per esperienza personale, ciò che la ricerca ha dimostrato. In un arco di tempo straordinariamente breve si ottengono risposte positive e valutabili diagnosticamente rispetto alla riduzione dei sintomi fisici ed emotivi legati allo stress ma, soprattutto, si guarda in maniera diversa alla propria vita, cogliendone una nuova prospettiva.

Se incontri il Buddha per la strada uccidilo

Se incontri il Buddha per la strada uccidilo è un koan zen che si presta molto bene al protocollo mindfulness: suggerisce che l’essenza della pratica deve essere continuamente vivificata e rinnovata per lasciar andare le risposte di ieri e trovare le risposte di oggi, quelle più adatte alla nostra vita.

In fondo anche Thich Nhat Hanh ha fatto la stessa cosa: ha preso la catastrofe nella quale si è trovato immerso nel suo paese dilaniato dalla guerra: il Vietnam. Ha assunto questa catastrofe fino in fondo e ha creato un dharma che fa della pace e del rispetto reciproco – che lui chiama inter-essere -la base della pratica stessa. Nessuno potrebbe dire che non sia nella tradizione buddista così come nessuno potrebbe negare l’originalità del suo pensiero e del suo approccio alla pratica di mindfulness. Lo stesso Dalai Lama ha manifestato più e più volte la necessità di un approccio secolare al buddismo. Un approccio non buddista alla pratica buddista che riconosca l’universale necessità delle pratiche contemplative, al di fuori di qualsiasi tradizione religiosa o anche spirituale.

Jon Kabat Zinn incontra Thich Nath Hanh

Il libro che racconta l’esperienza della Stress Reduction Clinic – Full Catastrophe Living tradotto in italiano con Vivere momento per momento – nasce 9 anni dopo che il protocollo MBSR era stato utilizzato e validato su un gruppo numeroso di persone. Fino a quel momento Jon Kabat Zinn era riuscito a realizzare un programma fedele alla tradizione buddista senza mai permettere che venissero fatti accostamenti con quella tradizione, per le ragioni che ho detto poc’anzi.

L’intenzione e la speranza era che quel libro esprimesse l’essenza del dharma attraverso azioni pratiche e concrete rivolte a tutte le persone che si trovavano a fare i difficili conti con la malattia, la depressione o lo stress, senza negarne la radice buddista eppure rimanendo svincolati da questa tradizione per entrare, invece, nel main stream della medicina ufficiale.

In ogni caso, prima della sua pubblicazione, Jon Kabat Zinn chiese l’endorsment a diversi colleghi, tra cui Thich Nhat Hanh che conosceva e ammirava solo per aver letto “The Miracle of Mindfulness” (Tradotto in italiano con Il miracolo della presenza mentale. Un manuale di meditazione,). Non sperava in una dichiarazione pubblica a favore ma desiderava avere un suo parere sulla direzione che stava prendendo e sapere se Thich Nhat Hanh aveva obiezioni al riguardo: non aspettava nemmeno una vera e propria risposta.

Non solo ricevette una risposta ma anche un chiaro sostegno che dimostrava che il suo lavoro era apprezzato e che Thich Nhat Hanh aveva pienamente colto la direzione che stava prendendo e la sosteneva. A quel punto per Jon si apriva una vexata questio: rendere pubblico il legame con la tradizione buddista riportando lo scritto di Thich Nhat Hanh oppure no?

Anche se oggi questa domanda può apparire uno scrupolo eccessivo allora il rischio era di confinare il protocollo MBSR all’interno di una visione limitata e limitante: quella dell’approccio genericamente definito New Age.

Jon Kabat Zinn pubblicò le parole scritte per lui da Thich Nhat Hanh: anche se era dubbioso, anche se per ben 4 volte ricorreva la parola Dharma. Era il 1990.

Si può dire quindi che Thich Nhat Hanh ha tenuto “a battesimo” sia l’originalità del protocollo che la sua matrice originaria buddista. Un legame sorprendente tra due uomini diversi ed entrambi appassionati alla pratica di mindfulness. Fin dai primi corsi di Thich Nhat Hanh negli Stati Uniti, aveva sostenuto la necessità che gli studenti americani di dharma trovassero la via per un buddismo americano[1]: forse quella era la via. O forse i protocolli basati sulla mindfulness sono, semplicemente, un dharma laico e secolare, una strada per dare voce al nostro bisogno di spiritualità. E un modo per considerare la spiritualità un elemento imprescindibile della nostra salute fisica ed emotiva.

D’altra parte Buddha non è stato un Dio ma un uomo che ha invitato ad indagare la realtà e ad avere fiducia in ciò che si comprendeva dopo un’accurata esplorazione, anche se era diverso da ciò che le “scritture” affermavano. Forse essere Buddha non è personificato con una persona ma, come dice più volte Jon Kabat Zinn, è uno stato mentale che tutti possiamo conoscere e che, forse, tutti conosciamo qualche volta.

Da quel momento sono passati 27 anni e da quel protocollo ne sono derivati molti altri. La base – la struttura di questo american dharma – è quella disegnata dal primo gruppo di collaboratori diretti da Jon Kabat Zinn ma è stato adattato a diverse e specifiche condizioni di sofferenza.

Un processo che rompe stereotipi convenzionali ( e ne crea altri)

Così la mindfulness ha ucciso il Buddha che ha incontrato per strada. L’ha ucciso molte volte perchè molte volte si è rinnovata e rigenerata e molti sono stati i modi in cui l’ha fatto restituendoci una pratica vitale e diffusa anche se non più così puramente buddista. Le polemiche – aveva ragione Jon Kabat Zinn – ci sono state e da più parti. Questo però non ha impedito a moltissime persone di avvicinarsi ad una esperienza che è davvero trasformativa; ribaltando il modo di fare psicoterapia, ribaltando il modo di pensare alla malattia fisica e arrivando sui banchi di scuola come nelle aule dell’università.

Come sempre accade distruggere stereotipi non impedisce di crearne altri e forse oggi la parola mindfulness è usata propriamente e impropriamente. Viene pubblicizzata e utilizzata per scopi commerciali. Eppure questo non infrange l’intima bellezza dell’intenzione di chi ha contribuito a diffonderla. Non distrugge il movimento di serenità che ha diffuso il protocollo MBSR né il movimento pacifista di Thich Nhat Hanh. La realtà non è perfetta: la mindfulness ci offre una possibilità di abitare questa imperfezione con grazia e saggezza.

Valeva la pena uccidere il buddha? Direi proprio di si o forse vale la pena muoversi in quello che Joseph Goldstein chiama “un solo dharma”

Un solo dharma

Mille anni fa – raccontano le scritture buddhiste – un esperto traduttore di testi buddhisti chiese al venerabile monaco Atisha quale fosse il modo migliore di praticare. Atisha rispose: “Devi trovare il punto essenziale comune a tutti gli insegnamenti e praticare in quel modo”. Può sembrare un paradosso, eppure Goldstein è convinto che proprio oggi, all’alba del terzo millennio e per di più in Occidente, si potrebbero verificare le condizioni per una nuova comprensione dell’insegnamento di Atisha e per lo sviluppo di “un solo dharma”, cioè di quel fulcro essenziale comune a tutti gli insegnamenti buddhisti, al di là delle dispute dottrinarie, delle differenze di approccio tra le varie scuole e le diverse terminologie.

Stiamo vivendo in tempi straordinari, dice Joseph Goldstein. Tempi in cui sta , nascendo un nuovo buddismo. La sua caratteristica distintiva non è né un elaborato sistema filosofico né un attaccamento a un particolare punto di vista settario. Piuttosto, è un semplice pragmatismo che trova le sue radici nello stesso Buddha, che mise in dubbio i principi stabiliti dall’antico pensiero filosofico indiano. È una fedeltà a una domanda molto semplice: “Cosa funziona? Cosa funziona per liberare la mente dalla sofferenza? Cosa funziona per generare un cuore compassionevole?”

È stato il mio desiderio di rispondere a queste tre domande che mi ha portato verso la pratica di mindfulness. Meditavo da quando avevo vent’anni ma solo dopo l’incontro con uno dei protocolli mindfulness ho capito che la meditazione non era solo una mia compagnia e una mia pratica personale. Ho capito che poteva diventare uno strumento di cura e di condivisione con le persone che seguivo e che cercavo di curare.

Cosa funziona per liberare la mente dalla depressione, dall’ansia o dalle ossessioni? Cosa permette di avere compassione per le nostre difficoltà anziché durezza? Comprensione profonda anziché giudizio? Cosa solleva il velo dell’ignoranza verso il nostro stesso modo di funzionare? Malgrado faccia la psicoterapeuta da tantissimi anni ho potuto constatare più volte che la psicoterapia non è sufficiente in molte situazioni. Non è sufficiente perchè noi viviamo con la nostra mente 24 ore su 24. È come avere una radio sempre accesa che trasmette una propaganda. E spesso quella propaganda è contro di noi.

Solo la pratica offre strumenti per abbassare il volume di quella radio e soprattutto offre la costanza di farlo anche fuori dalla stanza della psicoterapia.

Non ho perso pazienti perchè ho iniziato a curare con la mindfulness. Ho curato meglio, più umanamente. Con maggiore saggezza e profondità.

Ho scoperto che la lotta al dolore che ha occupato tutta la mia vita adulta mi rende compagna di viaggio dei miei pazienti e che, insieme, abbiamo lo stesso dharma: sapere che esiste la sofferenza, che non è desiderare che ci fa soffrire ma essere aggrappati alla realizzazione dei nostri desideri la causa di molta della nostra sofferenza. Che lasciar andar i piani può essere un modo per distinguere ciò che causa dolore da ciò che causa sofferenza e che, insieme, possiamo trovare la strada che permette la cessazione della sofferenza e la compassione verso il dolore, nostro e altrui.

Non trasformare il dolore in sofferenza

In questo percorso non partiamo dall’evitare le condizioni di sofferenza ma dal guardarle in faccia e dal sentirle nel cuore.

È da questo punto di incontro con la realtà nuda e cruda della nostra vita che nasce la possibilità di distinguere tra rispondere alle condizioni dolorose che incontriamo o reagire trasformando così il nostro dolore in sofferenza.

Il dolore è ineliminabile: non possiamo evitare di incontrare la malattia, la morte, l’invecchiamento, né di incontrare il dolore che viene dal continuo cambiamento a cui siamo soggetti noi e le persone che amiamo. Però possiamo non trasformare questo dolore in sofferenza accettandolo e curandolo con compassione. La stessa compassione che avremmo per il dolore di un bambino, come dice Jack Kornfield.

In questo processo la comprensione intellettuale non è l’elemento principale: il potere della mindfulness è pratico, esperenziale. Non è un’altra delle tecniche cognitive comportamentali ma un modo di essere e un modo di vedere che ha delle implicazioni profonde sulla natura della nostra comprensione: è una esperienza in prima persona. Senza questa base in prima persona – pratica nel vero senso della parola – non funziona.

In questo senso è un vero e proprio dharma: la teoria non basta. La sua parte vitale è la pratica.È lì che siamo chiamati a non trasformare il dolore in sofferenza, nella pratica quotidiana della nostra vita. È lì che siamo chiamati ad essere pacifisti. Non basta esserlo sul cuscino da meditazione. Ci chiede di esserlo nella nostra vita quotidiana.

Abbi più fiducia in te stesso. Corri qualche rischio in più. Ascolta cosa dice la tua intuizione rispetto a come la mindfulness e questo tipo di approccio può fare la differenza nel mondo, dovunque tu sia e qualunque sia il tuo bisogno profondo”. Jon Kabat Zinn

© Nicoletta Cinotti 2017

Psicoterapeuta, Didatta Società Italiana di Analisi Bioenergetica, Mindfulness Teacher con il Center for Mindfulness, Metta Foundation, Centro Italiano Studi Mindfulness

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Riferimenti bibliografici

  1. Joseph Goldstein (2002), Un solo Dharma. Il crogiolo del nuovo buddismo, Astrolabio
  2. Jon Kabat Zinn, Bringing Mindfulness into Mainstream America. An interview of Jon Kabat Zinn, Inquiring Mind. Voll 10, n°1, Fall 1993
  3. Jon Kabat Zinn,Some Reflections On The Origins of MBSR, Skillful Means and TheTrouble With Maps, Contemporary Buddhism, Vol. 12, No. 1, May 2011
  4. Thich Nhat Hanh, Il miracolo della presenza mentale. Un manuale di meditazione, Astrolabio

[1] Jon Kabat Zinn, Bringing Mindfulness into Mainstream America. An interview of Jon Kabat Zinn, Inquiring Mind. Voll 10, n°1, Fall 1993

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