“Mio fratello è figlio unico” è il titolo di un film, la frase di una canzone e, soprattutto, una realtà che vediamo quotidianamente sotto i nostri occhi. Non perchè i nostri fratelli reali si comportino da figli unici (Anche se qualche volta in effetti lo facciamo tutti) ma perchè è facile credere che un atteggiamento centrato prevalentemente sulle proprie necessità sia un atteggiamento giusto e produttivo.

Ci sembra che se non ci occupiamo dei nostri bisogni non ci sarà nessun altro a farlo e fraintendiamo così l’invito alla cura affettuosa, all’attenzione presente, con una specie di isolamento narcisistico in cui è interessante solo ciò che risponde alle nostre necessità primarie.

È più facile riconoscere questo atteggiamento negli altri perché in quel momento siamo dalla parte di chi soffre le conseguenze di questo piccolo, insano egoismo. Riguarda tutti però. Tutti ci fermiamo in seconda fila proprio davanti al negozio senza domandarsi cosa succede a quelli che devono passare. Tutti passiamo davanti a qualcuno perchè ci sembra di aver più urgenza degli altri.

Questa però non è questione morale e nemmeno questione di etica: è questione di cuore. Non abbiamo il cuore di vedere che il dolore, come la gioia, sono fatti democratici. Non abbiamo cuore di essere sensibili anche per le ragioni degli altri. Non abbiamo cuore di vedere quanto siamo tutti sulla stessa barca e come un dolore e una gioia influenzano non solo chi le vive ma anche chi ci sta vicino.

Ieri mattina avevo una moto davanti: strada stretta, pericoloso sorpassare. Dopo qualche metro sono stata attirata da quello che succedeva su quella moto guidata, credo, da un padre che portava il figlio a scuola. il bambino si appoggiava forte alla schiena del papà, forse per il freddo. Il papà se n’è accorto e ha cominciato a giocare con questo contatto facendo le curve come se lo cullasse. Anche il bambino ha capito il gioco. Erano così intimi e così teneri che mi sono trovata anch’io su quella moto. Non avevo nessuna voglia di sorpassarli perchè quell’onda di curve arrivava fino a me, chiusa nell’abitacolo della mia macchina (che non amo affatto). Se fossi stata figlia unica li avrei considerati un’ostacolo che mi rallentava. Invece non sono figlia unica e così ho potuto godere di quella gioia e intimità. Poi, al semaforo il bambino – che tanto piccolo non era – è sceso. Hanno battuto il casco l’uno sull’altro e si sono salutati. Io ho sorpassato la moto ma quel calore e quella tenerezza è rimasta con me per ore. Meno male che non sono sempre figlia unica! Meno male che la liguria ha strade strette che consentono di guardare davanti.

Mi dici che non hai dormito bene. Dico che
neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. “Anch’io”.
Siamo straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra,
come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell’altro.
Come se sapessimo cosa l’altro prova. Non è così,
naturalmente. Non è mai così. Non importa.
È della tenerezza che m’importa. Questo è il dono
che stamattina mi commuove e sostiene.
Al pari di ogni mattina.

Raymond Carver

Pratica di  mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire

© Nicoletta Cinotti 2017 Andare al cuore della relazione: la mindfulness interpersonale

Foto di © Guizzardi Scattino Massimo

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!