Nella nostra vita siamo spesso preda di illusioni: illusioni ottiche, illusioni sulle persone, illusioni su di noi e sulla nostra vita. Succede perché tendiamo ad identificarci con quello che proviamo, convinti che la percezione sia sempre uno specchio della realtà. Questo non è sempre vero. Se la nostra mente è calma la percezione è uno specchio della realtà ma quando siamo agitati la nostra percezione rispecchia l’agitazione che viviamo e l’immagine della realtà è distorta.

Questa è una delle ragioni per cui una parte della pratica di mindfulness è dedicata a calmare la mente: perché altrimenti la percezione è distorta e non ce ne accorgiamo nemmeno tanto siamo identificati con quello che proviamo. Ma c’è un altro motivo per cui quello che proviamo può essere distorto. È quando viviamo un “ritorno di fiamma” ossia quando il fuoco che cova sotto la cenere si riaccende. Nelle persone che hanno vissuto un trauma questo è molto evidente e si presenta sotto forma di flashback ma succede anche a chi non ha avuto un trauma acuto ma una serie di micro-traumi sullo stesso argomento.

Se siamo stati spesso esclusi nella nostra vita – esclusi dalle amicizie, esclusi dai fratelli, esclusi dalla famiglia – oppure se abbiamo vissuto molti abbandoni – volontari o dovuti a fatti della vita – possiamo leggere quello che accade sotto la lente dell’esclusione e dell’abbandono perché non ci accorgiamo che siamo di fronte al riaccendersi di un vecchio trauma, di un vecchio problema. Siamo identificati con la “parte” dell’escluso o dell”abbandonata/o che come un filtro distorce la percezione della realtà. Come possiamo accorgercene? Tutte le volte che ci sentiamo contratti e costretti, rimpiccioliti o tesi stiamo vivendo una condizione in cui il corpo ci dice che siamo troppo identificati con quello che viviamo. Abbiamo bisogno allora di fare spazio per tornare alla nostra vastità, una vastità che ci appartiene.

Nella frase della poesia di Walt Whitman, una frase ormai famosissima, “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini…” l’attenzione viene attirata dall’inizio e dalla fine della frase, nel binomio, contraddico/moltitudini ma il vero cardine sta nella parola vastità. È quando siamo vasti e riconosciamo la nostra vastità che possiamo accogliere le nostre parti senza identificarci e vederle come attori nel nostro teatro interiore. Questo senso di vastità è restituito dal lavoro corporeo e dalla pratica di pausa, una pratica brevissima che, nella sua estrema semplicità ci permette di uscire dal coinvolgimento eccessivo dato dall’identificazione.

Pratica del giorno: Lo spazio di respiro di tre minuti

 

© Nicoletta Cinotti 2022 Mindfulness e psicoterapia: formazione in reparenting

 

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