Inizia come un gioco: il gioco del nascondino. È un modo per imparare i turni della conversazione, dicono i linguisti. Nel bubù settete i bambini capiscono che c’è un’alternanza di ruoli e che in questa alternanza sono premiati con la sorpresa. È uno di quei giochi che ci aiutano a capire come sta andando l’apprendimento comunicativo nei bambini. Se non giocano proprio al bubù settete c’è qualcosa da esplorare. Poi diventa un gioco più sociale, il gioco del nascondino, dove c’è l’avventura del nascondersi con la paura di essere scoperti e la possibilità di “liberare tutti” se si esce al momento giusto. Ma nascondere non si ferma qui. Diventa anche un modo per sviluppare un’identità segreta o un modo per coprire quello che di noi non vogliamo mostrare, prima ai nostri genitori, poi agli altri. Nel lavoro di reparenting è uno degli indicatori che c’è una parte esiliata che aspetta soccorso.

Mia madre ha sempre nascosto tutto: cose utili e cose inutili. O meglio, a suo dire lei non nascondeva ma metteva ordine: un ordine che rendeva introvabile a chiunque quello che nascondeva. Lei, orgogliosa, sapeva sempre dove fosse. Inutile cercare di comprendere la logica della sua caccia al tesoro. Io sapevo degli anni passati a proteggersi dai bombardamenti, dai tedeschi e mi sembrava che quello fosse il modo che aveva avuto per salvarsi. Un modo che escludeva gli altri dalla conoscenza perché tutti possono diventare delatori.

Adesso continua a nascondere ma la caccia al tesoro non ha più indizi: nasconde e dimentica. In fondo chi nasconde desidera anche dimenticare, far fuori dalla vista del cuore qualcosa che averlo sotto gli occhi sarebbe tristemente doloroso. Così quando vado da lei inizia la ricerca: delle bollette, delle lettere dei ritardati pagamenti, delle ricette mediche, di qualsiasi cosa abbia un minimo di importanza, perché lei, velocissima, la nasconde. Controlla la cassetta postale come una guardia giurata. Sente l’odore del postino da chilometri di distanza. Sottrae tutto alla badante per conservarlo per noi. I suoi amati figli. Noi che sappiamo cosa farne di quelle missive importanti. Ogni volta mi si rompe il cuore di compassione. Per lei e per tutti quei bambini che per diventare adulti hanno dovuto nascondere e nascondersi. Mi si rompe il cuore per le mie e le sue parti esiliate. Vorrei fare una repubblica dove metterle tutte insieme e dire a tutte, “Siete libere”. Libere di essere vere, vive, reali. Forse per questo mi è piaciuto L’isola delle rose, con un grandissimo Elio Germano. In fondo abbiamo tutti un sogno infantile, nascosto e prezioso, di libertà e io, come Giorgio Rosa, vorrei che venisse riconosciuto diritto di cittadinanza alle parti esiliate. Quelle parti si nascondono di fronte alle regole: per uscire allo scoperto hanno bisogno di sapere che non verranno punite. Cara mamma tranquilla, non verrai più punita da nessuno, ti regalerò un’isola che non c’è dove sarai finalmente libera di essere come sei, proprio così come sei e nessuno ti rimprovererà più.

Che cos’è il vero?”, chiese il Coniglietto un giorno, mentre stavano fianco a fianco, vicino al caminetto nella stanza dei bambini, in attesa che la Nana arrivasse a riordinare la stanza. “Vuol dire avere cose che ti ronzano dentro e una chiavetta per caricarti?” Vero non è come sei fatto”, rispose il Cavallino di cuoio. “È una cosa che ti succede. Se un bambino ti vuole bene per tanto, tanto tempo e non sei solo qualcosa con cui giocare ma ti vuole veramente bene allora diventi Vero”. Fa male?”,Chiese il Coniglietto. “A volte”, rispose il Cavallino di cuoio che non mentiva mai. “Quando sei Vero non ti importa se fa male.”  Margery Williams

Pratica di mindfulness: Le parti esiliate

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves

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