Oggi si conclude la formazione in Mindful parenting. Sono stati giorni intensi, coinvolgenti, commoventi, ricchissimi sul piano umano e professionale e stamattina, quando pensavo a questa conclusione, mi sono chiesta dov’è il luogo dove saluto. Dov’è nel corpo ma soprattutto dov’è nella mente. Non lo so: posso solo dire che ci sono esperienze che non sembrano avere né inizio né fine perché sono tanto dentro il percorso di vita da sembrare che siano con te da sempre. C’erano prima che iniziassero e ci saranno dopo, quando faranno crescere nuovi frutti e nuovi contatti.

Ho capito che dietro alla mia autonomia stanno molti aspetti del mio modo di entrare in relazione: cerco di evitare conflitti, delusioni, rifiuti e per farlo faccio tutto da sola. Forse dovrei dire facevo: perchè ora sento che è il momento di chiedere. Nessun rifiuto mi fa più paura dello sforzo di fare tutto da sola. Ho capito che è stato il tentativo, infantile, di passare indenne, di attraversare senza troppi danni la mia infanzia e la mia vita.

Ho anche capito che tutti noi abbiamo la possibilità di re-parenting noi stessi. Di farci da genitore e che solo noi sappiamo, intimamente, quello di cui abbiamo bisogno. Darcelo è un atto di riconoscimento di cui non possiamo fare a meno e non un atto autarchico. È solo se sappiamo riconoscere quello di cui abbiamo bisogno che non graviamo le relazioni di aspettative inconsulte e impossibili da realizzare. In noi vivono, senza inizio né fine, tutte le età della nostra vita, tutte le voci che aspettano risposta. Fare da genitori a noi stessi significa dare – a queste voci – ascolto e molte volte l’ascolto è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Ascolto e non soluzione. La soluzione è come l’inizio e la fine: accade poche volte perché la nostra vita è un flusso di cambiamento. Nasciamo prima della nostra nascita e viviamo più a lungo della nostra morte, viviamo nei semi di gentilezza, compassione e amore che abbiamo seminato lungo il percorso e che non abbiamo fatto in tempo a veder spuntare.

Cosa fare per le parti della nostra vita che non possono avere soluzione? Cosa fare se non dare rifugio proprio come faremmo con un bambino che piange? Chi sarebbe tanto pazzo da rimproverare prima di consolare? Chi sarebbe così distratto da dimenticare che la strada per tornare a casa inizia dallo sguardo che rivolgiamo a noi stessi e prosegue, passo dopo passo, verso il riconoscimento di ciò che ci rende unici ma non speciali. E nella nostra unicità, parte di una comune identità: quella umana.

Le persone sono capaci di grande compassione e di grande indifferenza. Noi abbiamo, dentro di noi, i mezzi per nutrire la prima e superare la seconda. Norman Cousin

Pratica di mindfulness: Self compassion

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

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