C’è un momento topico in ogni protocollo, in ogni relazione: il momento in cui quello che andava fatto non è stato fatto. Nel protocollo sono i compiti a casa tra una sessione e l’altra. Nelle relazioni sono le piccole – o grandi incombenze – che ci aspettano. Le mail a cui dobbiamo ancora rispondere. il ghosting nell’attesa di trovare il tempo per farlo. Il senso di urgenza e di vergogna di non aver fatto.

Riconosco l’odore dei compiti non fatti. Quando nel protocollo si apre il momento della condivisione e c’è un silenzio speciale. Il silenzio in cui chi è solerte è imbarazzato a dire la propria rettitudine e chi solerte non è stato è imbarazzato a riconoscerlo pubblicamente. Poi ci sono quelli che si sentono in dovere di dirmi che è tutto magnifico, come se fossi io a dover essere rassicurata. Vorrei tranquillizzarli: mi fido più della critica che della lode.

Lo confesso: amo gli indisciplinati che attraversano il territorio della vergogna per dire pubblicamente che non hanno fatto i compiti. Amo il loro coraggio, la loro onestà. Amo la battaglia che fanno ogni giorno con sé stessi per raggiungere quell’ordine che sognano e che gli sfugge sempre dalle dita. Li amo perché conosco quel territorio e ne percorro da anni ogni angolo. Non basta essere solerte per esserne esonerata. Bisognerebbe non essere dotati di autocritica per esserne esonerati ma finché Radio Autocritica è accesa siamo tutti dentro quel territorio fatto di vergogna, a volte di una punta di disperazione, condito dalla sensazione di non farcela a dominare sé stessi e a fare quello che ci viene chiesto. Conosco gloriose indiscipline. E discipline che sono piatte come la Pianura Padana. Ma il territorio in cui non ci sentiamo abbastanza è un territorio speciale che non tiene conto di niente: vale solo la legge dell’autocritica. Così ieri sera avevo entrambi gli estremi di questo territorio: una persona solerte che si rimproverava perché è solerte ma non perfetto –  si distrae, si addormenta, vaga – e una persona che si rimprovera perché è disordinata, inefficiente, procrastinatrice. Hanno parlato e le loro parole hanno illuminato la stanza con la loro onestà. Avrei voluto ringraziarli di cuore perché ieri sera mi sentivo esattamente così: con una pila di mail non lette, di risposte non scritte, di telefonate da fare. Solerte eppure sempre in difetto.

L’altro giorno mi ha scritto un’amica – un po’ ci assomigliamo ma lei, secondo me, è molto più brava – e mi ha detto che ha annullato un impegno perché non riusciva a stare dietro a tutto. Di nuovo le sue parole hanno illuminato. Si può scegliere, dire no, fermarsi, rinunciare. Verbi che non percorro abbastanza perché aprono, davanti, un baratro. Quel baratro è esistere senza una ragione. Solo esistere. Quel baratro è un vocativo che chiama una pausa, che chiama ciò che si è perduto. Quel baratro assomiglia a Dio perché è un respiro dentro il respiro.

Dio è il respiro che c’è dentro il respiro. Kabir

Pratica del giorno: Spazio di respiro di tre minuti (I file audio non vengono distribuiti da MailChimp – il sistema di invio del post quotidiano – per cui quando carico un file audio direttamente nel post, se vuoi ascoltarlo devi andare sul sito www.nicolettacinotti.net/blog

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente

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