C’è un buon modo per invecchiare? Devo essere sincera: questa domanda me la faccio da parecchio e, a volte, vedo pazienti 35/40 enni che si fanno la stessa domanda.

A un certo punto entra, senza essere stata chiamata, la consapevolezza che il tempo è un  patrimonio limitato. A vent’anni sei convinto che potrai fare qualunque cavolata perché non ti succederà niente (e magari scopri dolorosamente che non è così). Già a 30 anni la vedi un po’ diversamente e se gli anni ti hanno regalato una malattia imprevista e un po’ spaventosa, qualunque sia la tua età, capisci che la vita devi viverla con senso. Che sprecarla non vale davvero la pena.

A proposito della diversa concezione dell’età Lord Byron a 36 anni definiva la sua vita una foglia ingiallita.

Gli stereotipi legati all’età: la felicità

Nello stesso tempo questa consapevolezza del tempo che passa e delle sue curve è piena di stereotipi. Il primo e più resistente è che invecchiare significhi sempre e comunque perdere. Ringrazio il Centro Studi sulla longevità di Stanford che ha dimostrato che questo non è vero. O meglio è vero in una maniera sorprendente. La curva della felicità – intendendo come felicità il benessere soggettivamente percepito – tende a diminuire man mano che ci avviciniamo ai 50 anni e – con grande sorpresa – dopo i 50 anni inizia a risalire per assestarsi su valori simili e superiori a quelli dell’ingresso nell’età adulta.

Come mai? Perché dai 35 ai 50 lottiamo per avere successo, siamo nel pieno della attività produttiva, e incontriamo le difficoltà relative al raggiungimento dei nostri obiettivi, entrando in una competizione che toglie sapore alle giornate quotidiane, troppo prese dalla fretta di concludere qualcosa. Una lotta che fa diminuire vertiginosamente la nostra felicità. A cinquant’anni iniziamo invece a gustarci i risultati degli anni precedenti e ad accettare che abbiamo fatto quello che era possibile fare. Usciamo dalla corsa e iniziamo ad assaporare quello che abbiamo realizzato e ad usare più saggiamente le nostre energie.

La cosa interessante è che questa curva discendente non è dovuta a fatti reali ma alla cosiddetta “spirale dell’insoddisfazione”, quella sensazione innescata da qualcosa che non è andato secondo i nostri piani e che si trascina, come un vortice, tutta una serie di aspetti collegati. Insomma l’insoddisfazione che sperimentiamo nella fascia 30-50, si autoalimenta e, in alcuni casi, vive di vita propria: siamo scontenti e più siamo scontenti più diventiamo scontenti. In parte questa scontentezza può essere importante per realizzare i nostri obiettivi ma non possiamo certo dire che ci renda felici. Insomma lo stereotipo giovani e felici è vero fino ai 20 anni: dopo lo è molto molto meno.

Non cercare di aggiungere più anni alla tua vita. Meglio aggiungere più vita ai tuoi anni. Blaise Pascal

Vedere il positivo

Gli studi sulla memoria si concentrano ovviamente anche sulla possibilità che la perdita della memoria correli con l’età. È vero: dopo i 50 anni la memoria peggiora ma c’è una buona e strabiliante notizia. Dopo i 50 anni, proprio per quella inversione della curva a U della felicità, i ricercatori si sono accorti che le persone ricordano e selezionano in prevalenza le notizie ed immagini positive rispetto a quelle negative. Quindi abbiamo meno memoria ma ricordiamo di più i fatti positivi  a cui siamo esposti che quelli negativi e questo ha un effetto incrementale sulla percezione della serenità.

Inoltre nella stragrande maggioranza dei casi quella che viene definita una perdita di memoria è, in realtà, una questione di disattenzione. Perché la memoria di lavoro possa funzionare dobbiamo essere presenti, altrimenti l’intensità dell’informazione è troppo labile e non riusciamo a memorizzare. L’attenzione ha uno span limitato: se sovraccarichiamo la nostra attenzione di elementi invece che ricordare di più, ricordiamo peggio e meno. E questo è vero a tutte le età. Nella mindfulness ci sono molte pratiche che aiutano a mettere insieme attenzione e memoria: la principale è la pratica di noting, una pratica che può essere fatta in modo informale e che può servire anche a ridurre la proliferazione mentale.

La pratica di noting La nostra mente è irrequieta e nel noting possiamo usare la sua irrequietezza a nostro favore mettendo insieme l’azione che stiamo facendo con una breve notazione mentale dell’evento in corso. Per fare un esempio mettiamo le chiavi sulla mensola? Ripetiamo mentalmente “chiavi sulla mensola”: in questo modo rafforziamo la nostra presenza – be mindful – nel momento in cui facciamo l’azione e diamo alla nostra memoria di lavoro un ancoraggio

La freccia del tempo: aspettarsi la catastrofe

Quelli che più probabilmente notano la freccia del tempo sono le persone senza molti altri cambiamenti o difficoltà nella loro vita. Le cose sembrano andare bene per loro, stanno raggiungendo i loro obiettivi e non è cambiato molto. Pensano: ‘Perché mi sento meno soddisfatto di quanto mi aspettassi? Perché sta andando avanti anno dopo anno? Perché sembra che stia peggiorando e non migliorando? Deve esserci qualcosa di sbagliato nella mia vita e questo produce una serie di aspettative negative che, come sappiamo, tendono ad avverarsi a causa del fatto che ce lo aspettiamo.

Vorrei raccontarti una storia vera su come la nostra mente può essere convincente. Riguarda un gruppo di pazienti che partecipavano ad una sperimentazione su un farmaco antidepressivo. Un gruppo riceveva il farmaco e un gruppo riceveva un placebo. Ad un certo punto uno dei pazienti tentò il suicidio ingerendo 29 compresse contemporaneamente. Dopo averlo fatto, in preda allo sconforto, chiamò il 118 che lo trovò in coma e lo portò d’urgenza in ospedale. Venne sottoposto agli esami ematici di routine per valutare la concentrazione di farmaco e agire adeguatamente. Scoprirono così che il paziente in coma faceva parte del gruppo a cui era stato somministrato il placebo. Niente farmaco nel sangue ma il fatto che fosse convinto di essersi avvelenato aveva avuto su di lui un effetto molto efficace!!

La forza dei pensieri: un’altra pratica di mindfulness. Uno degli elementi più faticosi della nostra vita mentale sono i pensieri e il loro proliferare. Possiamo usare la notazione anche in questo caso e, invece che entrare in una relazione dialogica con i pensieri iniziare a classificarli in base a 5 categorie fondamentali: passato, futuro, dialoghi, corpo, pensieri di fuga. Quando arrivano molti pensieri, a seconda della categoria a cui appartengono, ripetiamo mentalmente una di queste categorie e poi riportiamo l’attenzione al respiro per lasciarli andare

Il terzo pregiudizio: la salute

E poi c’è il raffreddore. Il raffreddore direte voi?Sì, invecchiando prendiamo meno raffreddori perché il nostro sistema immunitario ha imparato a riconoscere i batteri più comuni e se ne sa difendere meglio a 60 anni che a 10. Il sistema immunitario di una persona giovane si irrobustisce anche attraverso le malattie comuni, quello di una persona matura quel lavoro l’ha già fatto. Non siamo immortali però e, soprattutto, la qualità della salute è in relazione a quello che abbiamo combinato nella nostra vita adulta. A 40 anni due persone – uno con una vita morigerata e l’altro con una vita piena di eccessi – hanno la stessa salute generale. A sessant’anni, settanta, ottanta anni no. Dopo i sessanta iniziamo a pagare i conti di quello che abbiamo speso in termini di salute, negli anni della nostra vita giovane. Non è quindi tanto l’invecchiamento che incide quanto spesso il fatto che paghiamo gli effetti dei comportamenti precedenti non salutari, stress incluso. Insomma se vogliamo invecchiare sani è bene dobbiamo pensarci quando siamo nel pieno della vita: è lì che rischiamo di danneggiarci e di attribuire poi all’età i danni che ci siamo causati. E in questo senso i danni dello stress protratto nel tempo non vanno sottovalutati

Non solo: sappiamo che, una volta raggiunti gli ottanta anni la curva di mortalità si abbassa drasticamente. Se arriviamo a 80 anni siamo nella fase della vita con il minore tasso di mortalità. Il punto è arrivarci bene e perchè questo sia possibile non è indifferente come funziona la nostra mente. Direi anzi che questo è il patrimonio più prezioso da conservare.

Mindful aging: avere uno scopo di valore

Cos’è che ci può rendere sereni? Una delle cose centrali è avere uno scopo che riteniamo significativo e un interesse che mantenga viva la nostra curiosità. Come farlo? Andrea Brandt suggerisce tre passi fondamentali, che condivido:

  1. Creare uno stato mentale adatto alla realtà che permetta di non negare i problemi ma nemmeno di vedere solo quelli. Una positività realistica che è molto lontana dal vedere tutto rosa e molto lontana anche dal vedere tutto nero. È piuttosto un modo per declinare uno dei capisaldi della mindfulness – l’accettazione – tenendo l’attenzione focalizzata su ciò che amiamo. Solo quando avremo pienamente riconosciuto la realtà della situazione, includendo anche i pensieri e le emozioni che proviamo al riguardo, saremo pronti per un effettivo cambiamento.
    Il ruolo della mindfulness nel creare una positività realistica. I due capisaldi della mindfulness – accettazione e non giudizio ci aiutano con un semplice esercizio: cercare di essere presenti in quello che facciamo nel momento in cui lo facciamo, senza correre troppo avanti, senza andare troppo a ripensare a cosa avremmo potuto fare di diverso
  2. Lasciar andare quello che non ci serve più. Le emozioni sono una risposta naturale agli eventi della vita. Se questi eventi sono traumatici potremmo fare fatica a lasciarle andare e rimanere come elementi ristagnanti della nostra personalità. Nella mindfulness facciamo un lavoro contro-intuitivo che è quello di imparare a lasciar andare per ancorarci al momento presente. Non è una negazione del passato: è la scelta di lasciar andare quello che diventa un intralcio nel presente, offrendo strumenti semplici per farlo. Lo strumento più immediato è sviluppare una capacità di confortarci. L’altro, meno immediato e più basilare, è quello di imparare a riconoscere le nostre emozioni e distinguerle dai nostri pensieri. Come diceva Mark Twain “Nella mia vita ho vissuto le peggiori tragedie, molte delle quali non sono mai avvenute”
    Sentire quello che senti. L’invito della mindfulness è quello di guardare con curiosità, apertura, accettazione e amore alle proprie emozioni senza dividerle in buone e cattive e, soprattutto, senza associare le emozioni piacevoli al positivo e le emozioni spiacevoli al negativo. Entrambe hanno diritto di essere riconosciute e ascoltate e, nel farlo, ci aprono un universo di possibilità.
     
  3. Sogna di fare qualcosa di nuovo ma soprattutto fai qualcosa di nuovo. Vanderbilt costruì la prima linea ferroviaria a 70 anni, Picasso dipinse Guernica a 55. Locke scrisse la sua opera filosofica più importante attorno ai 60 anni e Tolkien aveva 62 anni quando pubblicò Il signore degli anelli. Come possiamo fare la stessa cosa? Chiedendoci “Sto vivendo la vita che vorrei? Cosa è più importante per me? Chi è più importante per me? Alla fine, a dire la verità, aveva ragione Jep Gambardella, il personaggio principale nel film “La grande bellezza”, che sentenziò:

La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

I sogni non hanno scadenza ma non vale la pena tenerli tutta la vita nel congelatore. Cosa dici di tirarne fuori uno?

© Nicoletta Cinotti 2019 Silver Economy Forum, Genova 15 Giugno 2019

 

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