Quando ho iniziato a praticare mindfulness ero in un momento difficile, di conflitto, con mio figlio. Ho iniziato a praticare come quelli che si aggrappano ad una zattera perché è l’unico appiglio possibile e tanto vale aggrapparsi a qualcosa. Non credevo che la meditazione mi avrebbe guarita perché pensavo che la meditazione fosse una pratica spirituale (che seguivo già da vent’anni) con altre finalità che la guarigione delle ferite psichiche. Ho iniziato perché dovevo trovare un modo per gestire il conflitto: uno scontro tra titani.

La cosa che mi disperava di più era che in lui vedevo la mia adolescenza quando lottavo con mia madre. Una madre dalla quale avevo fatto di tutto per essere diversa. La sua rabbia mi diceva che non aveva funzionato. Come lei non avevo coltivato amore ma ribellione e distanza. Così, come tanti, ho iniziato a praticare perché stavo male e i barlumi di sollievo che provavo mi invitavano ad andare avanti. Non più per lui ma per me. È stato ed è un grande amore quello che ho per la pratica. Come tutti i grandi amori sono passata dall’innamoramento all’amore, dall’infedeltà alla fedeltà, dall’aggrapparmi al lasciami andare, dal desiderio dei risultati alla fiducia in quello che emergeva. Anno dopo anno mi sono seduta su quel cuscino lasciando che la severità si ammorbidisse e le lacrime sciogliessero qualche vecchio nodo e qualche vecchio rancore.

Poi è successo quello che succede a tanti: mi sono accorta che quando stavo male evitavo le pratiche lunghe o evitavo di praticare. Proprio l’opposto della ragione per cui avevo iniziato. Ero nello storming, in quella fase di mezzo in cui sei ribaltata da quello che succede e delle vecchie convinzioni non rimane molto. Ma perché evitare di praticare proprio quando ne avevo più bisogno? E, soprattutto, perché la maggior parte di noi fa proprio così, evita di praticare quando sta male e pratica quando sta bene o malino? Siccome sono curiosa l’argomento mi è rimasto dentro un bel po’ e condivido con te quello che ho trovato (sinteticamente lo giuro!)

  • abbiamo un’associazione forte tra dolore e pericolo e quindi evitiamo di sentire il dolore: visto che non possiamo evitare il dolore, evitiamo di ascoltarlo
  • praticare può far percepire con più chiarezza la vastità del dolore e la vastità del bisogno di salvezza
  • praticare non dà garanzie “soddisfatti o rimborsati”: ti mette nel mezzo del processo e a volte è come andar per mare quando è molto molto mosso
  • se amiamo la pratica abbiamo una tendenza ad idealizzarla ed evitiamo quello che potrebbe farcela vedere per quello che è: un miracolo immanente e imprevedibile che non controlliamo
  • facciamo fatica ad abbandonare l’idea che la felicità non sia un premio duraturo come la pensione e crediamo che se non siamo felici è perché abbiamo sbagliato qualcosa

Il punto serio è che i problemi hanno la sgradevole abitudine di ritornare perché hanno lasciato un’impronta. Direi che con gli anni siamo un’antologia delle impronte. Quindi anche se sono passati molti anni non ho ancora sistemato i conti né con mia madre né con mio figlio. Sto nel mezzo, come tutte quelle donne che, malgrado tutto, continuano a pensare che ogni relazione si costruisca passo dopo passo. Passi falsi, passi veri, passi caduti, cadute, abbrivi, discese, salite, un po’ di pianura e poi di nuovo salite, discese….solo che adesso sentire mi permette di conoscere, conoscere mi permette di consolare, consolare mi permette di crescere (diventerò un baobab!).

In salita, il principio che regola tutto è quello della curiosità. Quel sentimento antico che spinge ad andare “oltre” e a fare fatica. Il voler vedere cosa c’è di là, oltre il passo. Non è solo una questione di attività fisica.“Tornanti e altri incantesimi. 48 ore, 7 cime, 2 biciclette” di Giacomo Pellizzari

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves: ritiro di mindfulness e bioenergetica

 

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