C’è una storia zen, solo apparentemente assurda, come tutte le storie zen. Dizang chiede a Fayan, Dove stai andando?In pellegrinaggio, risponde. Che tipo di pellegrinaggio? prosegue Dizang. Non lo so, risponde Fayan. Non sapere è la cosa più intima. Norman Fischer, poeta e maestro zen parte da questa frase e ne fa un grande insegnamento, anzi il cuore di tutti gli insegnamenti. Una frase da ripetersi più volte per ché lo zen è la pratica delle frasi, da ripetersi fino a che si sciolgono in un respiro.

Lo zen è la pratica delle frasi

Ripetere delle frasi non è una pratica solo zen ma è presente in tutte le tradizioni spirituali e religiose, dalle preghiere cantate di ebrei e musulmani, alle orazioni delle lodi e dei vespri. Nella tradizione zen una frase come questa, “non sapere è la cosa più intima”, oppure addirittura una frase più breve come “non sapere” viene ripetuta durante la pratica seduta, di solito con l’espirazione, lasciando andare le parole e sentendola solo come suono del respiro. Ma non è una pratica che si ferma sul cuscino, viene con noi durante il giorno, nelle nostre attività quotidiane fino a sorgere spontaneamente, di momento in momento, come se fosse un tema, un’intenzione, un filo conduttore. Masticata a lungo come una liquirizia che rivela, alla fine, la sua dolcezza. O come il caffè amaro che svela il segreto della sua tostatura solo dopo averlo bevuto senza zucchero, senza dolcificante, nudo e crudo.

Questa frase ha illuminato un giorno in. cui ero particolarmente triste, piena di pensieri funesti sul futuro. Ha reso immediatamente il mio animo leggero.

Andare al di là del solito modo di comprendere le cose

Forse quello che ci rovina è essere una specie Sapiens, così pretendiamo di sapere anche quando non sappiamo, costruendo storie, fabbricazioni, rimanendo ancorati al modo consueto di comprendere e conoscere. Non è stato rifletterci sopra che ha alleggerito il cuore: è stato masticarla fino a che mi ha rivelato il suo senso per me in quel momento. E in quel momento era lasciar andare la previsione su un futuro sconosciuto, senza dare per scontato, garantito, che la mia previsione, ragionevole, fosse giusta. Mi ha aperto a quello che era più importante: il fatto che fino a che sono convinta di non sapere rimango intima con l’esperienza in corso. Quando mi convinco di aver già conosciuto e compreso passo a qualcos’altro, tradisco l’intimità etichettando l’esperienza.

Quando chiedo alle persone che partecipano ai protocolli di non rivelare la loro professione o informazioni che le possano far etichettare apro la porta a un nuova intimità. L’altro è attento perché non ti conosce e tu poi rivelare chi sei al di là dell’identità confermata dal ruolo. Al di là dell’identità confermata dall’approvazione o disapprovazione. “Non sapere è la cosa più intima” ci rivela che cosa è importante e la cosa più importante è rimanere in intimità con noi, con l’esperienza in corso, con gli altri senza presumere di sapere. Perchè non sappiamo, anche se siamo Homo Sapiens.

L’intimità ci porta più vicini

L’intimità ci apre a quello che non avevamo notato prima, ci rende principianti interessati oltre che inesperti. Nello zen la parola intimità è sinonimo di illuminazione o risveglio. Illuminazione, risveglio sono parole che hanno un elemento estraneo. Qualcosa di speciale deve avvenire perché si realizzino. Qualcosa di diverso da quello che viviamo tutti i giorni. Con l’intimità non è così. È un andare più vicino, più in profondità. Amando di più quello che c’è così com’è. Riduce a zero la distanza tra dove siamo e dove dovremmo essere. Siamo già nel punto giusto. Abbiamo solo bisogno di essere intimi. Il nostro pellegrinaggio è già compiuto in ogni passo.

Non conoscere può sembrarci, ad un primo sguardo, stupidità. Non lo è. È aver fiducia in quello che emerge momento per momento. È andare al di là dell’idea – per me sempre presente come una tentazione – che c’è qualcosa che non conosciamo e che dovremmo conoscere. Andare al di là della convinzione di aver imparato qualcosa di stabile e fisso. Di aver raggiunto un’età che ci dà stabilità. Tutte cose vere e non vere. Profondamente nessuno di noi può sfuggire al fatto che non sapere è la cosa più intima che possiamo dire di noi e della nostra vita. la più intima e la più rivoluzionaria. Potremmo chiamarla l’innocenza degli alberi – che non agiscono mai contro, non scappano, ma semplicemente crescono – oppure l’innocenza del minimo. L’innocenza del minimo è quella che abbiamo da bambini quando il non sapere ci rende, indubbiamente, grandi.

Le parole in retrospettiva

Ieri sera mostravano in televisioni le affermazioni sbagliate, alcune dette anche da autorevoli personaggi, sulla pandemia. Bassetti – primario infettivologo al San Martino di Genova, dichiarava che era una malattia a bassissima letalità. Ricciardi – che oggi propone un nuovo lockdown totale – un anno fa affermava che le mascherine non servono affatto alle persone sane. Non sono due persone incompetenti e non credo fossero in cattiva fede. Solo che è facile entrare nel ruolo dell’esperto e non riconoscere che non sappiamo, che la strada è sotto i nostri passi ma il sentiero è solo apparentemente certo e tracciato.

Le cose che contano di più ci sfuggono. Non è un reato ammettere di non sapere. Di non conoscere l’altro, di non conoscere noi stessi. Eppure passiamo il tempo a mostrare quello che sappiamo anche se, come dice Keats, “È dolce ascoltare melodie ma le più dolci sono quelle non ancora udite”. Quando conosciamo qualcosa e ci fermiamo alla nostra conoscenza vediamo solo quello che già sappiamo e l’esperienza diventa nemico. Ci basta sapere. Ci accontentiamo di quello che sappiamo già.

Onestamente

La persona che ho di fronte, il paziente che incontro, il mio stesso marito con cui vivo da 35 anni sono conosciuti? Onestamente non lo so. So che nascondiamo a noi stessi e agli altri le parti di cui non siamo orgogliosi. Mi nasconde le sue dimenticanze. Sono sicura di guardarlo ogni giorno senza paragonarlo all’uomo del giorno prima?L’immagine dell’uomo di cui mi sono innamorata quanto mi permette di conoscerlo davvero, oggi? La storia insieme, le esperienze condivise, quello che abbiamo costruito, i figli sono tutti aspetti positivi ma sono pronta ad essere sorpresa? Pronta ad ascoltare senza imporre le esperienze passate sull’intimità del presente? Non lo so, questa è la risposta più intima che posso dare. Non lo so per lui e nemmeno per me. Non so quanto paragono la mia immagine ad una foto del passato e quanto riesco a vedere con occhi chiari chi sono.

La cosa più semplice

Chizou, commentando la frase di Dizang dice “Camminando, sedendo, cogli l’attimo prima che sorga il pensiero, guardalo e vedrai di non vedere. Poi mettilo da parte. Quando dirigi i tuoi sforzi in questa direzione il riposo non interferisce con la pratica, la pratica non interferisce con il riposo.” È la cosa più semplice: il modo con cui meditiamo, nella consapevolezza del corpo e del respiro. Permettiamo ai pensieri e alle sensazioni di sorgere, senza farci niente. Lasciamo che emergano, ci fidiamo di ciò che emerge e lo lasciamo andare, senza prenderlo in maniera personale. Il pensiero che arriva non è diverso dal suono delle campane, dal rumore di sottofondo della casa, dal canto dell’allodola del mattino. È perché pensiamo che ci consenta di sapere qualcosa in più che gli diamo così tanta importanza.

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo di Mindfulness Interpersonale

Meditazione e scrittura

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