Quante volte ti sei sentito dire “Non mollare“? Quante volte l’hai detto a te stesso. “Se molli, hai fallito. Combatti fino in fondo, resisti fino alla fine”. Per me è stato un leitmotiv per anni. E, se non sto attenta riparte in sottofondo ancora oggi. Può sembrare assurdo ma si accende proprio quando sento, invece, il desiderio della resa. Non arriva più come pensiero ma come vecchia abitudine a stringere, letteralmente, i denti. Che di tutte le rughe d’espressione è quella che amo meno. Eppure c’è: un segno chiaro, sotto la bocca.

Abbandonare la battaglia non allontana dalla vita ma ci porta più profondamente dentro la vita. Roger Housden

Quando avevo 16 anni mio padre mi regalò un portachiavi. Per quell’età un regalo molto simbolico. Tra i suoi – pochi – regali è quello che ho amato di più. Era un osso d’argento, sul quale c’era scritto “Sono un osso duro”. Non ricordo altri regali che, credo, ci saranno stati. Perchè quello riassumeva tutto il nostro rapporto. E tutto il nostro legame. Mi stimava perchè non mollavo ma, anche, disprezzava chi mollava.

Ho impiegato anni di “duro” lavoro per ammorbidire quella corazza, per lasciar uscire quella morbidezza che è segno di vitalità. Oggi “sono un osso tenero”. In qualche modo troppo tenero perchè passare da un eccesso all’altro è più facile che percorrere la via di mezzo.

Gli anni non hanno ammorbidito mio padre, che è invecchiato in una unica espressione: perchè invecchiando succede così. Ti rimane stampata in faccia l’espressione più frequente della tua vita, più eloquente di qualsiasi dichiarazione. Non so che cosa è rimasto del nostro legame perchè il tempo che è passato ha fatto, come l’acqua sulla roccia, un disegno diverso. Ma quel regalo ha lasciato un’impronta, un imprinting come dicono gli etologi, di noi due insieme. Come se dovessi nascondere la mia morbidezza ai suoi occhi. Perchè essere morbida, in Toscana, è essere “bischera”. E nessuno vuol essere davvero bischero.

Oggi vorrei dirgli che la nostra durezza ha scavato una distanza. Che la durezza è sempre una misura della distanza. Più si è duri e più si è lontani, anche quando siamo abbracciati. Perchè la durezza sottrae l’ingrediente fondamentale della vicinanza: il contatto.

L’idea della resa è impopolare per l’individuo moderno, il cui orientamento si basa sull’idea che la vita sia una lotta, un combattimento, o quanto meno una contesa. Molte persone considerano la vita un’attività che tende a un qualche conseguimento, a un qualche successo. L’identità personale spesso è più legata all’attività della persona che al suo essere. (…)
Senza una resa dell’Io narcisistico non è possibile abbandonarsi all’amore. Senza tale abbandono, la gioia è impossibile. Resa non significa (…) sacrificio dell’Io. Significa invece che l’Io riconosce il proprio ruolo subordinato al sé, la propria funzione di organo di coscienza e non di padrone del corpo. Alexander Lowen

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale  Foto di © Guilherme Kramer

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