Ho guardato – due volte perché capire il napoletano per una toscana non è proprio immediato – È stata la mano di Dio. Di tutto il film farei un riassunto sintetico, “Non ti disunire”. Non sono certo la sola a farlo perché quell’invito ha reso un bel film, un grandissimo film. Il punto però è che spesso nella nostra vita siamo nella stessa situazione. Di fronte ad un dolore, per sopravvivere, ci sembra di non avere altra strada che farsi a pezzi e metter via la parte di noi che si è ferita. Oppure, proprio all’opposto, mettere via la nostra parte sana perché andare avanti sarebbe tradire la nostra sofferenza.

Il vero atto di coraggio lo facciamo quando scegliamo di tenere tutto insieme. Di stare insieme a noi stessi senza tradire e senza separarci dalle parti ferite, dalle parti sofferenti e dalle parti sane. Senza vergogna: aperti alla possibilità di essere così come siamo. Ci vuole coraggio per non disunirsi e, anche se può sembrare strano, ci vuole il coraggio di lasciar andare la speranza di cambiare il passato. Quella speranza che fa fare scelte consolatorie ma che non consolano. Fa mettere toppe che tolgono grandezza alla nostra storia.

Io sono fortunata. Fortunata perché ogni giorno posso vedere persone che scelgono, coraggiosamente, di non disunirsi. Scelgono, coraggiosamente di continuare a fare parte della famiglia delle cose. Con il loro dolore, con la loro forza e con la loro verità. Scelgono non una speranza consolatoria ma il conforto autentico. Ieri sera ne ho viste tante e so che abbiamo, per un momento, fatto parte della tribù di quelli che non si sono disuniti. Poi torniamo alla vita normale ma più volte entriamo a far parte della tribù degli interi e più sarà facile tornarci. E farne parte è un piccolo, grande, miracolo.

Non sono stata io a fare questo miracolo. Nessuno fa un miracolo così da solo. Nessun curante ha il potere di questo tipo di guarigione. Perché questo tipo di guarigione sta dentro di noi e si sprigiona ogni volta che permettiamo a noi stessi di aprire la porta a ciò che sentiamo. E stiamo lì, ad osservare, fino a che, da quell’osservazione, nasce un senso di apertura che si chiama gratitudine. La gratitudine che nasce quando ci inchiniamo alla realtà. Non perché siamo stati umiliati ma perché siamo stati onesti.

Quando scegliamo la strada dell’unità, quando scegliamo l’arte del kintsugi, la nostra preziosità include ogni ferita e la lascia brillare.

“Sono come uno di quei vasi giapponesi Fatti molto tempo fa Ho delle crepe in me Sono state riempite con l’oro Questo è quello che facevano allora Quando avevano un vaso da riparare Non di nascondere le crepe Ma di farle brillare Ora quindi si vede ogni vecchia cicatrice Di tutte le volte che mi sono infranto E gli occhi di tutti potranno vedere Che non sono quello che ero Ma nella mente di un collezionista Tutte queste linee imprecise Mi rendono più bello Degno di un prezzo più alto Sono come uno di quei vasi giapponesi Fatto molto tempo fa Ho delle crepe in vista Guarda come brillano d’oro.” Peter Mayer

Pratica di mindfulness: Cercare parole di conforto

© Nicoletta Cinotti 2022 Il programma di Mindful Self-compassion

 

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