Siamo continuamente dentro situazioni diverse, alcune abituali, altre impreviste. Ci coinvolgono con sensazioni fisiche, emotive, pensieri, relazioni. E poi, molto spesso, fanno un salto in più e diventano una storia, una nuova puntata della serie.

Le trasformiamo in storia perché abbiamo fretta di dare loro un significato, di comprendere dove ci hanno portato e dove potrebbero portarci. Entrano a far parte della nostra biografia, anche se vengono dimenticate, hanno ormai assunto una forma definita, e, purtroppo, solida.

In  questo modo, entrando a far parte delle nostre storie sull’argomento fanno due danni: da una parte rinforzano le nostre convinzioni di fondo, quelle idee fisse che ci accompagnano “Non sono capace”, oppure “sono migliore di tutti”, “non avrò mai una relazione”, “non cambierò mai lavoro” e così via in una lista di convinzioni che possono anche essere positive ma limitano il campo delle possibilità. Il secondo danno è che diamo solidità a qualcosa che, per sua natura, è fluido; facciamo un fermo immagine e in questo modo rischiamo di alterare il senso più ampio e la prospettiva più grande alla quale queste cose appartengono.

Spesso le trasformiamo in storie perché ci fanno soffrire, e assomigliano ad altre sofferenze vissute; altre volte lo facciamo perché rafforzano le nostre convinzioni di fondo. In  ogni caso limitano l’intimità che potremmo avere con noi stessi andando – troppo velocemente – a formare un’immagine di noi.

Creiamo una relazione intima e affettuosa con noi stessi: è meglio di qualunque puntata della serie. Facciamolo dimorando in ciò che sentiamo nel corpo, emotivamente e in come, ciò che sperimentiamo, è soggetto a cambiamenti. Perché alla fine, ogni storia, è una forma di evitamento dell’intimità reale e profonda con noi e con il nostro sentire.

Se riusciamo a imparare a mettere in discussione i modi in cui, intorno agli avvenimenti e alle apparenze, si solidifica un senso del sé, per poi difendersi a tutti i costi; se scegliamo di chiederci se quel senso sia fondato o non sia solo un costrutto della mente, se sia invariabile o in continuo cambiamento (…) riusciremmo a vedere al di là, attraverso il velo della nostra creazione personale che colora più o meno sottilmente ogni aspetto dell’esperienza. Potremmo ascoltarci con più cura. Potremmo prenderci meno sul serio, e prendere meno sul serio le storie che ci raccontiamo su “se le cose andassero in questo o quest’altro modo allora sarei felice” o su come fare in modo che vadano “a modo nostro”. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

non trasformare in storia quello che accade

© Nicoletta Cinotti 2015

Foto di ©Simansi…Preview ( on – off )

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