Dopo qualche anno che lavoravo come psicoterapeuta la mia passione per i romanzi è crollata. Non riuscivo più a leggerli: rimanevano i saggi e le poesie ma i romanzi mi sembravano ridondanti. Avevo già le storie dei miei pazienti, mi dicevo, e quindi non si potevano aggiungere altre storie. Il rischio era di arrivare alla saturazione letteraria e narrativa. Così i romanzi erano pochi, selezionati e, devo confessarlo, molto spesso rimanevo delusa e trovavo che i miei pazienti erano narratori molto migliori.

Poi, quest’estate, un po’ improvvisamente come succede quando si hanno delle intuizioni, il puzzle di letture, storie, narrazioni, poesie, e saggi che avevo in testa si è ricomposto. Come succede quando aggiungi una tessera e quell’unica tessera permette di “vedere” tutta una zona del puzzle che fino a quel momento era incomprensibile. L’interruttore è stato un regalo che mi ha fatto una persona che ha partecipato al ritiro di Reparenting: mi ha regalato quello che aveva scritto: i suoi appunti.

Ha detto proprio così, che mi faceva un regalo. Forse ne ero custode o, forse, decifratore. Erano frammenti dell’esperienza vissuta e l’inizio di una storia. Negli anni molti pazienti mi hanno scritto, regalato i loro diari, oppure i loro appunti. Ogni volta mi sorprendo e mi imbarazzo. Mi sembra un regalo troppo grande che temo di non saper custodire.

Poi mi sono detta che questo, proprio questo, era il mio lavoro: io sono una custode di storie. La conclusione della psicoterapia è come la fine del romanzo. Quando amiamo un romanzo non pensiamo mai che tutto finisca lì: i personaggi continuano a vivere, ci immaginiamo che cosa possono aver fatto dopo. Li teniamo con noi, proprio come succede con i pazienti: rimangono anche dopo essersene andati e a volte ritornano.

Mi abbandonai a quell’incantesimo fino a quando la brezza dell’alba lambì i vetri della finestra e i miei occhi affaticati si posarono sull’ultima pagina. Solo allora mi sdraiai sul letto, il libro appoggiato sul petto, e ascoltai i suoni della città addormentata posarsi sui tetti screziati di porpora. Il sonno e la stanchezza bussavano alla porta, ma io resistetti. Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti. Carlos Ruiz Zafòn, L’ombra del vento

La custode di storie

Il mio condominio ha un portinaio, un uomo con poteri magici. Trova idraulici, elettricisti, trova persino l’amministratore di condominio che era un personaggio inafferrabile. Conosce le storie del condominio, presenti e passate, ma non è assolutamente pettegolo. Ha un suo stile anche quando fa le cose più semplici. Conserva i pacchi e sa gli orari di entrata e d’uscita di tutti. Sa che io ho orari irregolari e che spesso entro ed esco quando lui non c’è: pause pranzo, mattine presto, sere tardi. Mi saluta con una certa galanteria e scherza sulla mia inafferrabilità: ha capito una cosa invisibile all’apparenza, non amo essere trattenuta. Mi piace sentirmi libera di fluire senza troppi scogli e impicci. Quello potrebbe essere il filo che racconta la mia storia. Basta essere osservatori attenti per cogliere il filo delle storie altrui. La stessa attenzione è necessaria anche per riconoscere il nostro filo solo che, da vicino, è un po’ più semplice e più difficile insieme.

Forse per girare in un labirinto bisogna avere una buona Arianna che ti attende alla porta tenendo il capo di un filo. Ma non esistono fili così lunghi. E anche se esistessero, ciò significherebbe (spesso le favole dicono la verità) che si esce da un labirinto solo con un aiuto esterno.Dove le leggi dell’esterno siano uguali alle leggi dell’interno.Umberto Eco, Il nome della rosa

Ogni storia ha un filo conduttore. Solo che alcune persone sanno qual è questo filo conduttore e altre, invece, non lo sanno anche se è la loro vita. I racconti delle persone portano il peso di questa differenza. Chi non sa qual è il proprio filo spesso non sa nemmeno come andare avanti. Allora chiede a me di trovarne uno. Uno che sia abbastanza comprensibile e abbastanza bello da poter essere amato. Io espongo i fili che vedo ma non tutti vanno bene, anche quando sono veri, perché le persone devono amare il loro filo per poterne fare una storia di cambiamento. Se non amano quel filo ne cercheranno altri fino a che non troveranno il filo nel quale riescono ad identificarsi. Un filo che spieghi il loro comportamento e quello altrui.

Chi legge soltanto per passatempo, per numerose e belle che siano le sue letture, le dimenticherà presto e si ritroverà povero come prima. Chi invece legge i libri come si stanno ad ascoltare gli amici, vedrà come essi gli sveleranno i loro tesori e diventeranno per lui un intimo possesso. Quello che egli legge non scivolerà via, né andrà perduto, ma al contrario gli rimarrà e gli apparterrà, lo allieterà e lo consolerà come soltanto gli amici sanno fare. Citazione di Herman Hesse in Massimo Baldini, Elogio del silenzio e della parola.

Il filo della storia

Il filo della storia può essere un ricamo prezioso o una prigione dorata. Bisogna stare molto attenti perchè il rischio della storia è quello di solidificarsi e diventare una serie di sillogismi falsamente logici: io faccio così perché…mia madre…mio padre…il mio partner…il lavoro…e quindi…. E quindi proprio niente. Quindi è un avverbio matematico che serve con i teoremi e con gli assiomi. Lasciamogli fare il suo lavoro in quell’area e con le emozioni lasciamolo fuori dalla porta. Le storie devono rimanere vive e cambiare continuamente. Ad un certo punto qualunque buona storia è accaduta nel passato e l’io narrante è nel presente, c’è un filo che non è un quindi ma un continuum. Persino un romanzo cambia ad ogni rilettura perché noi, nel frattempo, siamo diventati diversi. Il filo della nostra storia ha senso se rileggiamo la storia permettendole di cambiare e permettendoci di crescere. Ho visto troppe persone fermare la propria vita alla narrazione interpretativa della loro psicoterapia. Ho visto troppe persone ripetere pedissequamente che loro sono così perché è successo questo o quello e quindi non possono che comportarsi così! Non mi sembra un bel risultato della psicoterapia aver trovato il colpevole. Perché poi quando troviamo il colpevole finiamo in un ciclo di ripetizione: il colpevole è qualcun altro, quindi siamo autorizzati ad una gratificazione (scema), ci mettiamo nei guai, troviamo un altro colpevole e poi ci consoliamo con un’altra gratificazione altrettanto deludente e così via fino a che arriviamo all’epilogo. L’epilogo dello scoraggiamento: non c’è niente da fare!

Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi.Leonardo Sciascia

Cosa rende la nostra storia una storia di cambiamento?

Come possiamo fare perchè la storia della nostra vita non diventi un rigido esoscheletro che impedisce la crescita? La prima cosa è partire dal linguaggio, da come la raccontiamo e da come ce la raccontiamo. Nella filosofia buddista del linguaggio (non temere: sarò semplice e breve:-) viene sottolineato che ogni parola dovrebbe essere considerata un verbo, ossia portatrice di un movimento e di una trasformazione. Prendiamo ad esempio la parola albero. La vedi in modo statico? Oppure vedi i diversi tipi di alberi, di foglie, di radici, la trasformazione dei colori negli alberi a foglia caduca, la gemmazione, il cambiamento dei colori delle foglie da gemma a maturazione, la crescita in altezza e in diametro del tronco e così via. Potrei continuare ancora un po’ nella trasformazione del sostantivo albero in un verbo. Il punto in cui mi fermo è il punto in cui non ho più parole per descrivere il cambiamento possibile: in quel punto la parola torna ad essere un sostantivo. Adesso facciamo la stessa cosa con un’altra parola: trauma. Prova a scovare, a partire da un trauma che hai realmente vissuto, tutte le sfumature di parole e tutto il cambiamento. Il punto in cui non hai più parole per descrivere è il punto in cui la storia si cristallizza e con lei si cristallizzano anche le possibilità di cambiamento. Fatto? Ti sei fermat* subito oppure ci sarebbero stati milioni di altre parole? Quante deviazioni tematiche e associazioni ci sono state? La storia proseguiva come su un binario o aveva molte possibili diramazioni? Aveva un finale chiuso o un finale aperto?

Quando vediamo un uomo camminare sul filo, una parte di noi l’accompagna lassù. Paul Auster, L’arte della fame

Aggiungerei un altro elemento utile per stare in modo dinamico nelle proprie storie di vita: fare attenzione alle negazioni. Per la nostra psiche qualsiasi negazione è un’affermazione e quindi dire “non voglio più sbagliare” suona come “Voglio sbagliare”.

La poesia e il linguaggio immaginario

Un altro modo per coltivare un linguaggio di cambiamento è inventare parole. Prova a raccontare la tua storia usando termini inventati. Per esempio, “Quando ho visto il mio ex insieme alla sua nuova fidanzata avrei voluto ucciderlo o nascondermi, Oppure ucciderlo e poi nascondermi. Oppure nasconderla per ucciderla. Uccidere entrambi e nascondere i corpi. Alla fine mi sono solo nascosta”. Questa storia ha già una componente di cambiamento perchè gioca con la parola “nascondere” e con la parola “uccidere” ma proviamo a raccontarla di nuovo usando parole inventate. Per esempio, “Quando ho visto il mio ex con la nuova fidanzata mi è venuto un magozzo così forte che non sapevo se immagozzonirmi o magnuscarmi. Poi ho pensato che avrei voluto immagozzonire lui e poi magnuscarmi. Oppure magnuscare lei e poi immagozzonirla. Oppure immagozzonire entrambi e poi magnuscarli. Alla fine mi sono solo magnuscata io.”

Nella poesia spesso si usa spesso parlare di un particolare per esprimere l’insieme (sineddoche). Questo aiuta anche nel raccontare la nostra storia. Anziché dire, “Il mio fidanzato mi ha lasciato per un’altra donna in modo improvviso”, raccontare la sensazione di sorpresa, stupore, dolore permette di mettere molto più a fuoco il processo interiore e attiva la creatività. Potrebbe diventare “Ho sentito improvvisamente sbattere una porta. Un suono così forte che mi sono domandata se avevo lasciato aperte troppe finestre. C’era un’aria da tempesta casalinga, di quelle che alzano anche la polvere che non sapevi di avere. Stavo cercando di capire cosa aveva prodotto quella chiusura improvvisa che mi aveva spaventata, quando mi sono accorta che il mio fidanzato era rientrato a casa. Ero sorpresa. Poi mi sono sorpresa ancora di più e ho capito che avevo lasciato incostudito moltissimo e che qualcuna era entrata e mi aveva portato via quello che credevo mio per sempre. Ho avuto freddo e poi caldo e poi di nuovo un freddo che mi ha congelato e non sono riuscita a dire niente fino a che non mi sono improvvisamente scongelata quando li ho incontrati insieme per strada. Allora sono passata dalla rabbia alla vergogna e dalla furia all’imbarazzo. ect” .

Se si desidera proseguire con gli esercizi di scrittura si possono fare incontrare campi semantici diversi. Per esempio su una pagina si possono scrivere le parole associate alla rabbia e sull’altra le parole associate all’amore e poi sceglierne alcune da entrambe le pagine per scrivere un breve testo che racconti il proprio stato emotivo. Perché l’abbandono è un campo semantico in cui esistono molte parole che possono avere valenze opposte e provare a mettere insieme prima una lista di associazioni e poi una selezione poetica tra quelle associazioni, può essere molto interessante e aiutarci a vedere le cose da una diversa prospettiva. Se si è più visivi che verbali si può fare un collage di foto, o di foto e messaggi. Insomma provare a scomporre e ricomporre in modo diverso aiuta.

Ma veniamo al romanzo della vita

Ogni vita merita un romanzo. Gustave Flaubert e Erving Polster

Come mai la citazione riporta due nomi di due persone che non possono essersi mai incontrate? Perché Erving Polster, citando Gustave Flaubert ha scritto un libro – nell’ormai lontanissimo 1987 – con questo titolo associando la psicoterapia alla scrittura di un romanzo. La mia posizione è diversa da quella di Erving Polster però la sua idea è indubbiamente originale e nobile: rendere onore alla storia della nostra vita. Allora come fare perché la nostra biografia sia qualcosa in più di una cronaca che interessa solo a noi (e può annoiare mortalmente gli altri)?

Ecco alcuni elementi:

  • prendere le distanze. Quando siamo immersi in quello che accade non possiamo avere la lucidità per cogliere il filo, la vera trama di quello che è accaduto
  • cogliere il fatto che non siamo i soli ad aver vissuto quell’esperienza, sottolineare come quel tema può riguardare proprio tutti
  • lasciare un aspetto dinamico che permetta di intravedere il movimento e la trasformazione
  • esprimere cosa si è imparato e cosa si fa fatica a comprendere. Il mistero è la parte più interessante della storia.
  • aggiungerci un po’ di cultura aiuta (parecchio). Leggere libri sul tema o informarsi in senso generale  (facendo attenzione alle fake news!)
  • andare al di là della logica del colpevole/vittima o vittima/carnefice
  • provare a vedere le cose anche dalla prospettiva degli altri interlocutori coinvolti.

Questo è, in modo sintetico, quello che facciamo con la psicoterapia. Potremmo dire che ogni psicoterapia è un romanzo; la vita a volte lo diventa – e conosco moltissime persone che hanno fatto della propria vita una bellissima storia – a volte rimane una cronaca, un album di ricordi e di fotografie. Quando rimane una cronaca è perchè non si è attivata nessuna riflessione, si è solo rimasti “impressionati” da quello che è successo senza che si sia attivato un movimento interiore. Questo succede. Non tutta la nostra vita è instagrammabile. La parte istagrammabile è piacevole e visiva. Quella non istagrammabile è fatta di movimenti interiori  che riusciamo a fotografare e condividere solo a parole.

La psicoterapia ha un’aggiunta in più rispetto alla possibilità di costruzione autonoma della storia della propria vita: gli strumenti del mestiere che aiutano nell’esplorazione. Per me sono il lavoro corporeo e la pratica di mindfulness. Per altri colleghi sono altri strumenti. In ogni caso gli strumenti sono sempre di importanza secondaria rispetto alla relazione terapeutica. È sempre necessario fare una psicoterapia? La psicoterapia è una cura e va riservata a chi ha bisogno di essere curato per un disturbo emotivo. Per i disagi emotivi che tutti incontriamo nel corso della vita è fondamentale avere nella propria personale cassetta degli attrezzi degli strumenti di esplorazione perché se non si hanno strumenti di esplorazione finiamo per avere solo la possibilità di attivare le difese, che equivale a dire chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Ecco io sono grata alla mindfulness per questo: insegna strumenti prêt-à-porter, adatti a tutte le menti!

Solo un’ultima nota: con la psicoterapia non si “compra” la propria storia. La nostra storia bisogna comunque scriverla noi. Con la psicoterapia si ha un aiutante, forse un sarto, che non può che cucire la stoffa che gli porta il cliente.

Bibliografia consigliata (storie di vita, romanzi, saggi) in ordine personale di lettura 

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