Siamo tutti appassionati di miglioramento, non solo i perfezionisti. L’idea di  migliorare in qualcosa raramente ci lascia indifferenti: ha il fascino della creazione e il piacere della padronanza. Ci piace impegnarsi e vedere che possiamo ottenere dei risultati. Il punto è sempre lo stesso: su cosa vale la pena impegnarsi per ottenere dei risultati?

E qui entriamo spesso in un cono d’ombra: vorremmo migliorare certi aspetti senza cambiare il nostro carattere. Critichiamo noi stessi per certi difetti che sono, semplicemente, dei punti evolutivi, delle aree di crescita dove vale la pena aspettare e vedere come si sviluppano le cose e che direzione prende il cambiamento.

Perché succede? A voler essere del tutto onesti succede perché siamo poco consapevoli dei danni che può fare il nostro carattere ed esageratamente spaventati da quello che può succederci a causa della nostra vulnerabilità. Succede perché vediamo le cose per come siamo e non per come sono.

Dovremmo invertire i termini: il nostro carattere è spesso la parte che ci mette nei guai (peraltro sempre i soliti guai) e la nostra vulnerabilità è, invece, la parte che ha una direzione spontanea di crescita che andrebbe scoperta e sostenuta. Il nostro carattere ci fa vedere le cose per come siamo, l’apertura ce le fa vedere per come sono. Solo che identifichiamo l’apertura con il pericolo della vulnerabilità, con la possibilità di venir feriti. Come se essere chiusi non comportasse nessun danno, nessuna ferita. Sappiamo benissimo che non è così, che sono molti i danni che produce il nostro carattere, che la vita – come diceva Anais Nin – si restringe o allarga in proporzione del nostro coraggio e non del nostro carattere. E non c’è coraggio senza apertura.

Per distinguere tra i due aspetti – carattere e vulnerabilità – non abbiamo bisogno di molti strumenti: è la consapevolezza che, progressivamente, rivela e ammorbidisce i tratti del nostro carattere. E ci offre la fiducia che permette di non intervenire troppo presto per cambiare le nostre aree morbide, quelle che sono pronte a crescere.

E se proprio non sai che carattere hai guarda la ripetizione: è il carattere che ci fa ripetere sempre le stesse cose. E, stranamente, spesso sono proprio gli aspetti del nostro carattere che non siamo disponibili a cambiare che rafforzano la ripetizione.

Ciò che chiamiamo il nostro destino è in realtà il nostro carattere, e il carattere può essere cambiato. Noi non vediamo le cose come sono. Noi vediamo le cose come siamo. Anaïs Nin,

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti Verso la self compassion  Photo by Sheena Woodhead on Unsplash

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